Mi guardo intorno e c’è molta più gente del solito, persino chi aveva i pranzi con gli amici è venuto a dare un’occhiata. Questa sembra la volta in cui la corsa può uscire dal buio. Tornano le persone a guardare la Coppa Agostoni per come è nata: dura al punto che vorresti piangere, struggente come sa essere la Brianza in autunno con il profumo delle foglie rese fragranti dal sole del mezzogiorno, straniante appena prendi la direzione del Colle e ti trovi in un momento fuori dal traffico, lontano da tutto. La luce dorata e obliqua filtra dal bosco, punta di nuovo i riflettori sui bilanci delle nostre vite e, come al solito, non sappiamo dire nulla di coerente, se non che stiamo aspettando da un’eternità.

Guardiamo dentro il cuore aperto da spettatori, il miocardio che si contrae ritmicamente, il sangue che pompa alla testa e noi non sentiamo niente di niente a parte una cosa. Quando i corridori rilanciano negli ultimi cinquanta metri – quelli peggiori – esattamente quando si proiettano in avanti come se dovessero schiantarsi o volare, allora il cervello torna alle memorie che non possiamo placare, il punto estremo che sa arrivare diritto come uno stiletto, più in fondo che mai, dove non sappiamo neanche di avere la carne. Così la gente continua a urlare perchè sa perfettamente cosa può guarirti dall’essere finito, vinto, senza nessuna speranza. Questo: sapere che l’attesa è finita, sapere che la tempesta è al suo culmine e domani arriverà il sereno.
Il ritmo è ingestibile già dal primo giro, tutti lo sanno che se si andrà avanti così il ciclismo prima o poi imploderà su sé stesso come una enorme supernova e si ripartirà da zero. Ma loro ancora restano, ancora resistono, ancora dicono al telefono che guardano l’ultimo giro e poi vanno a casa, perchè i brianzoli non hanno dimestichezza con il perdere tempo, persino la domenica a volte sembra un delitto.
È per questo che ci sentiamo così adesso, sempre più scoraggiati dall’interminabile attesa, desolatamente impotenti per quello che abbiamo il terrore di avere perduto.

Scende la sera e dall’alto la Brianza azzurrina sembra un lago nebbioso all’alba. Sarà che dobbiamo rimanere ancora qui per finire di scrivere la storia che abbiamo cominciato ma, in verità, non pretendiamo la rivoluzione. Vorremmo soltanto che ad ogni sera – come per esempio stasera – sapere di poter tornare nel nostro castello blu dopo una lunghissima giornata e sdraiarci davanti al fuoco acceso mentre la luce del tramonto che entra dal bovindo fa danzare bagliori dorati attorno a noi.
Non importa se la notte ci saranno le stelle o la tempesta là fuori.
 A noi basterà questa incrollabile certezza di avere un posto nostro, dove essere deliziosamente felici.

Nel libro Il Castello Blu di Lucy Maud Montgomery, la protagonista Valancy Stirling evade da un’esistenza grigia e opprimente rifugiandosi nel suo castello blu immaginario. Dopo una notizia sconvolgente sulla propria salute, decide di prendere in mano la sua vita: troverà il suo regno dei sogni proprio nella realtà, vincendo ogni paura e conquistando un’immensa felicità.
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Posted by:Miriam

Sono nata in Brianza in una calda notte di luglio. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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