È una sera come un’altra, guardo il campo dietro casa che si estende fino ai confini del bosco che è già scuro e pronto alla notte, lungo la via sterrata si sono già accesi piccoli lampioni, lucine che sono come stelle fra il nero degli alberi. Il cielo è chiaro, le nuvole tra il bianco e il rosa perlato ci veleggiano ancora dentro, come in un quieto sogno. Per un secondo, quella visione mi sembra l’Impero delle Luci di Renè Magritte – senza dubbio il mio quadro preferito. Non c’è la casa, ma io la immagino. I muri bianchi e le persiane verdi, due luci a dire che la vita è là dentro. Una boccata di poesia come di ossigeno dopo mesi in totale apnea dalle cose.

Tre settimane a guardare il Tour de France sono bastate a far riaffiorare il peggio di tutto quello che avevo vissuto laggiù, primo su tutti il pensiero della solitudine desolante della Grand Depart di Bruxelles. Io come Aladdin sui tetti di Agrabah che guarda dalla periferia il grande palazzo dei desideri e neanche lo sa quanto il viaggio sarà lungo e provante, persino su un tappeto magico e protetta ad ogni angolo. Incubi e visioni si mescolano nell’estate immobile, come se il ciclismo voglia tremendamente dirmi che è il momento della purificazione assoluta. Piangi o vomita, adesso è questo che ti serve, anche se non lo capisci.
La parte più dolorosa del processo è anche l’ultima.

Stasera l’impero delle luci viene a riportare l’incanto, la sorpresa. Dietro le persiane verdi immagino ci sia la luce fioca di quando stai per dormire, il caminetto di ottobre quando crepita allegramente, una candela tremolante nell’attesa di molte notti di pace.

Così, in fondo – molto in fondo – al cuore abbiamo ancora quella paura di bussare e di rimanere inascoltati. 
Ancora stiamo a guardare, fantasticando su tutto, a metà tra il giorno e la notte, con il terrore di perdere di nuovo la poesia che abbiamo rincorso fino ad ora.

Ma se siamo ad un passo dalla soglia, allora perché non abbiamo il coraggio di entrare dove siamo stati cosi a lungo attesi?

L’impero delle Luci è tra i capolavori del pittore Renè Magritte. L’opera produce un senso di stupefazione nell’animo dello spettatore: il disorientamento è dovuto all’unione di due momenti come la luce e il buio. Sia il giorno che la notte producono una sensazione di pace e tranquillità e sembra facciano riferimento a luoghi metafisici e fatati. Lui stesso affermò che questa contemporaneità aveva la forza di sorprendere e di incantare come una poesia.
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Posted by:Miriam

Sono nata in Brianza in una calda notte di luglio. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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