La pianura gialla si estende per chilometri nel mezzogiorno soffocante. Sono quasi dieci giorni che non apro i social e forse comincio a capire cosa intendesse Vittorio Zucconi quando scriveva che Cavallo Pazzo, nell’ultimo periodo della sua esistenza sulla terra, viveva sempre più nel mondo dei sogni che lui considerava più credibile della realtà.
File di macchine sono ferme lungo l’autostrada per i soliti duecentomilioni di lavori che frammentano le corsie a tratti. Apro spotify su una playlist di reggaeton. Lo stesso ritmo per i restanti cento chilometri. Nessun pensiero. La gente mi sfila e mi guarda. Quando stai in coda non ti devi incazzare, devi solo far vedere che nonostante tutto ti diverti. Un po’ come succede tutti i giorni.

Faenza è la fotocopia di tutte le città dell’Emilia Romagna: un forno rovente nel bel mezzo della campagna bruciata da giugno. Le strade sono quasi deserte, i negozi chiusi. Ci metto cinque minuti a capire che tutti sono incazzati neri con la corsa e dalle sei di stamattina stanno insultando lo sport del ciclismo in tutte le lingue possibili, poliziotti compresi. Eppure questa stessa gente sta aspettando i corridori fuori da casa.
“Però non mi interessa”
E io vorrei chiedergli: “Allora che cazzo ci stai a fare qui?”
Ma sto zitta. So che le persone si trovano sempre obbligati a fare cose che non avrebbero mai fatto, a volte sono persino obbligati da sé stessi.


Quando il caldo si placa, mi sembra che su questa via attorno alle mura ci sia l’odore delle case al mare: è colpa dei pini marittimi che mettono larghe chiazze d’ombra sull’asfalto. C’è una casa con una sedia intrecciata in veranda, sembra abbandonata da ieri, nel giardino ha un pozzo sul quale si arrampica l’edera. Assomiglia a uno di quelli magici delle favole, forse è vuoto o forse è pieno di monetine. Montagne di desideri rimasti sul fondo. I corridori passano piegati sulle appendici, tengo il fuoco e lo perdo nel momento dello scatto, comincio a credere che la macchina sia collegata con il mio cervello o qualcosa del genere. A volte lo penso anche io. Cosa ci sto a fare qui?


Il pronostico si ribalta – tutte le cose possono farlo prima o poi – Matteo Sobrero sale sul podio con la maglia tricolore e una ventata di palloncini vola via prima che possano essere di estetica utilità. Non è così difficile tenere la rotta quando sei in bici, in fondo, la fregatura è quando scendi. Ma questo non c’entra niente, dicono che il caldo scombini i pensieri e io prendo la scusa al balzo.

E’ quasi mezzanotte, una piccola cappella sullo stradone buio guida i pellegrini verso la chiesa che spezza la linea diritta dell’orizzonte. Un segno per trovare la via. La notte è stellata sopra noi anime perdute e le rane ridacchiano nei fossi invisibili. Non verrà il temporale oggi e nemmeno domani o dopodomani. Ma la verità è un fulmine a ciel sereno, può illuminare tutto a giorno, in un solo istante. Cambiare tutto per sempre.

Cavallo Pazzo, il condottiero Lakota Sioux che sconfisse il Generale Custer a Little Big Horn, appendeva sempre un sassolino dietro l’orecchio del suo cavallo e disegnava su di esso un fulmine prima di andare in battaglia. Fino a che continuò a perpetrare questo rito, il suo destriero rimase illeso. 
Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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