Casa, ore 22.00. Una sera di dicembre.
Fuori c’è il silenzio irreale che preannuncia la neve. Ho pensato a cosa scrivere per giorni, è per questo che non mi piacciono i bilanci. Avevo inventato l’alfabeto per finire l’anno ridendo e ricordandomi quello che era stato importante ma neanche quest’anno mi sento di riempirlo.
Qui di fianco a me c’è “Angeli di Desolazione” che sto leggendo a singhiozzi da qualche settimana. Alla pagina 132 ho messo un segno: Jack incontra tre vecchietti che gli danno un passaggio.
“Dove vai, figliolo?” gli chiedono.
“A Seattle”
risponde lui.
“Possiamo darti un passaggio”
Lui carica la sua sacca e li descrive al lettore, li chiama angeli nel vuoto, medicistregoni.
Con quante persone avrà condiviso la sua vita da autostoppista? Quante vite gli saranno passate davanti in poche ore di automobile mentre guardava l’infinita strada che correva sotto le ruote? E quella gente sapeva di traghettare sul sedile del passeggero un pazzo santo beat?
Ho letto quella pagina più volte perché è stata una folgorazione. Mi ha fatto pensare a uno dei momenti più assurdi e mistici di tutta questa stagione. Certo, era qualcosa che volevo tenere per me, come un sacco di vicende importanti da non raccontare a tutti. Però mai come quest’anno tutti noi abbiamo bisogno di sapere che, in qualche modo, le congiunzioni astrali, karmiche o come volete chiamarle, hanno un senso, un filo collegato del quale capiremo il disegno – prima o poi – e noi dobbiamo soltanto seguirle, chiedendo di avere più luce possibile per vedere l’essenziale.
Di certo non è facile adesso, quando la corsa al successo ci insegna che possiamo scavalcare morti e feriti pur di avere ancora soldi sul conto corrente. Non è facile adesso, quando chi diceva di amare la verità si è circondato di falsità e opportunismo.  

Ma ora… premesse a parte, sentite qua:

Imola, ore 16.45. Un pomeriggio di settembre.
Sto scendendo dalle colline. Corro verso la macchina. E’ appena passato l’ultimo giro e la gente è ancora invasata, la sento gridare da qui mentre io ho solo voglia di raggiungere la mia cazzo di automobile e scendere come un fulmine in città, tornare al B&B e farmi una doccia per togliere i resti di una giornata devastante. La verità è che ho paura di rimanere incastrata tra i camper durante la discesa ma per fortuna la strada è libera, non c’è anima viva. Metto in moto, faccio trecento metri e incontro un papà con un bambino. Appena mi vedono, fanno il segno dell’autostop. 
Penso subito al Tour de France di un anno fa, a quel pomeriggio sotto al diluvio universale, sul Col du Télégraphe, quando un tizio mi ha raccolta e io gli ho infradiciato il sedile, ringraziandolo ogni secondo per avermi risparmiato altri otto o dieci chilometri a piedi, proprio mentre scendeva il buio. Ci ripenso oggi e quel tipo non ha più fattezze reali, sembra più un angelo nel vuoto venuto dal nulla.
Guardo il papà con il bambino, metto la mascherina, tiro giù il finestrino: è il momento di ripagare il mio debito con l’universo.
“Salite” dico ai due.
Loro mi dicono grazie, entrano in auto e io gli chiedo fin dove posso portarli. Lui mi dice che hanno lasciato la moto ad un hotel, vicino alla Rivazza. Il bambino sta là dietro in silenzio, nel silenzio immobile delle colline che hanno il colore bruciato dell’autunno che avanza.
“Chi ha vinto, papà?” chiede ad un certo punto.
Nessuno risponde, qua non c’è la connessione, la radio è spenta, i chilometri sono un limbo che mi fanno pensare solo a tutto quello che si può fare per ripagare la gentilezza avuta, nient’altro. Parliamo un po’ del blog, delle corse.
“Grazie” mi dice lui ancora mentre li lascio davanti all’hotel che mi aveva indicato. “Chissà a che ora saremmo arrivati a casa, senza questo passaggio.”
Io sorrido e penso ancora a quel tipo sui tornanti, alle gocce di pioggia che lacrimavano sui vetri come adesso. Comincia a piovere sempre più forte.
Sembra una cazzata ma nel ciclismo mai niente lo è. Vinci o perdi per un solo dettaglio e a volte quel dettaglio è proprio quello che ci sfugge.

Casa, ore 22.30. Sempre una sera di dicembre.
Adesso fuori ha iniziato a nevicare e la notte sta cucendo la sua coltre bianca sopra tutte le cose. Domani mattina la neve sarà pura e immacolata come le persone che avremmo voluto proteggere e non abbiamo avuto la possibilità di farlo.
Non importa come o quando, vorrei che potessimo essere angeli nel vuoto ancora e per sempre, senza la paura di perdere niente se non noi stessi e poi la lealtà, l’onestà, la bontà. Pazzi Angeli di desolazione visionari che non possono trattenersi dall’attraversare l’esistenza amando intensamente. Vorrei che la strada ancora una volta ci rassicuri sull’esistenza di un vincolo eterno tra i suoi Angeli che in nessun modo potrà essere spezzato.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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