Di tunnel nella mia vita ne ho (avuti) fin troppi. Sarà per questo che, quando devo andare in Francia, il Frejus neanche lo calcolo. Sarà perché le lunghe strade a tornanti con le montagne e le nevi perenni parlano della solitudine più di quanto faccia la bicicletta, quasi.
Virage.
Una parola rotonda e dolce e piccola eppure secca e un po’ crudele come sa essere un tornante, come sa essere l’amore. Quassù fa freddo anche in piena estate, quando il lago artificiale è azzurro come una spiaggia di Bali e il vento ti taglia in due la faccia. Ma adesso le nuvole sono basse, le mucche immobili e lucide come i pini sul fianco della montagna e le genziane impassibili e bellissime sui prati verdi, verdi come quando piove e il cielo è grigio.

A me la montagna piace perché ti fa sentire piccolo e infinito, esattamente come con il ciclismo, a volte implodi e a volte esplodi: sei finito o sei l’universo intero. Come può succedere?
C’è una fuga di venti corridori davanti, un temporale sulla corsa, la connessione se ne va, il mio 4g muore, attraversa uno scoiattolo nero. Ripenso a ieri.

Fuga dal chilometro dieci. Una cosa epica, che mi fa pensare alla sofferenza pura. Alaphilippe, De Marchi, Mühlberger. Tre uomini contro duecento chilometri su e giù per le Alpi francesi dentro la – oramai solita – bufera giornaliera. Qua a Saint-Michel-de-Maurienne c’è il sole, mezzo panino con il burro e prosciutto mi ha ricordato che sapore hanno i paesini di qua e il vento sferza tutto, soffia come un lupo, fa scintillare gli alberi. E’ in questo modo che fanno l’ultimo stronzo KOM di otto chilometri: sembrano milleduecentocinquanta, a scattare, a mollare, a scattare.

Quando Julian si alza sui pedali e guarda indietro ho una visione che già conosco. Una frazione di un attimo, anche meno. E’ vero che gli spiriti non se ne vanno mai, specialmente in posti dove la salita tira fuori il fegato e la gloria. E’ vero che qua la strada facile non esiste, eppure tutti pensano che lo sia: vincere è sempre la punta dell’iceberg, nessuno vede l’agonia di ogni singolo chilometro là fuori.

Corro su e giù per il rettilineo d’arrivo mentre smontano le transenne. Piove a grosse, intervallate, gocce: una strana pioggia con il sole. Mi viene da passare la mano sulle grate come fanno i bambini quando giocano. Ma io non sto giocando per niente. A salire devi dare tutto, a scendere devi tirare i freni: non si sa mai cosa fare in questa vita. Forse mi piace pensare che, proprio come in corsa, l’unica illusione sono i chilometri che ci separano da quello che vogliamo. Il resto – che sia dolore o estasi – è tutto vero.
E già non mi ricordo più come si dice virage in italiano.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 risposte a "Virage"

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