I muri della Ronde in un giorno che non è la Ronde. Il Kwaremont in un venerdì santo, un giorno in cui i Belgi prendono ferie senza i nostri stupidi rimorsi. Una corsa che non avevo mai visto, senza noleggiare una macchina, fidandomi di niente e abbastanza di me stessa.
Insomma, non so esattamente quanti chilometri possa aver fatto, ma ecco cos’è stato un mezzo weekend nelle Fiandre, riassaporando in pochissimi istanti tutto quello che amo, durante il periodo più bello che esista.

BRUXELLES

Avrei dovuto prendere un treno con non so quanti cambi fino all’albergo ma a Charleroi mi aspetta il mio amico Guy che si è offerto di darmi un passaggio e che mi fa notare sempre come il ciclismo faccia questo miracolo: unire le generazioni. Sopra di noi c’è il cielo bianco del Belgio che mi sembra una specie di bentornata, a modo suo, e in macchina scopro che Guy mi ha comprato l’ultimo numero di Bahamontes, una rivista che adoro anche se è scritta completamente in fiammingo. Io mi incanto a guardare tutto. De Hel, c’è scritto in copertina con una foto del velodromo di Roubaix. L’inferno, questo è chiaro. Mi spiega che loro sono suoi amici e io mi chiedo anche come mai ci siano sempre così poche pubblicità all’interno. Non è gente che chiede, mi dice lui, fanno tutto per una folle passione. Resto davvero stupita. In fondo avremmo bisogno di una contro rivoluzione: il profitto riesce a togliere l’autenticità alle cose e forse sarebbe bene cercare di non mischiare le cose. L’amore con l’amore e i soldi con i soldi. Questo sì che sarebbe punk.

Guy mi dice: “Andiamo al mare”. Ma aspetta – frena – il mare è a due ore da Bruxelles. Capisco dopo che c’è l’edizione femminile della De Panne che si corre sulla costa del mare del Nord: è da un po’ che sono curiosa di vederlo. Ma prima entriamo a Bruxelles per vedere l’Atomium, Guy lo sa che è uno dei miei monumenti preferiti e decisamente appartiene alla categoria dei più insoliti e stranianti, un po’ come la città in sé. Prendiamo un waffle caldo mentre le sfere dell’Atomium brillano anche senza il sole: non so se esiste qualcosa di più tipico ed efficace per risentire lo spirito e la bellezza dei momenti passati qui. Anzi, qualcos’altro di tipico c’è e non è difficile da indovinare.

DE PANNE

Uno non si immagina che c’è il mare oltre queste campagne verdi per il sole sbucato improvvisamente dalle nuvole, oltre le mucche bianche e nere come quelle dipinte in un quadro fiammingo. Eppure c’è ed è una striscia azzurro pallido contro l’orizzonte, interrotta solo da quelle cabine a strisce colorate dallo stile anni Venti delle quali avevo letto in un romanzo di Thomas Mann – mi ha segnato più di quanto credessi – e mi sembra incredibile che io possa ritrovare quelle pagine in un’immagine così vivida. D’altronde è questo che fanno i libri, viaggi ancora prima di farlo: alquanto banale ma decisamente vero. L’aria è mite e accarezza le case tipiche della costa che hanno i mattoncini chiari e i tetti scuri. Raccolgo un sasso e mi sento di avere un po’ fame.


Entriamo in un caffé che non ha niente a che vedere con i nostri bar – non credo neanche che esistano in Belgio – niente macchinette per l’espresso o croissant: è solo un posto dove bere birra. Questo ha un’insegna strana, un pesce con un kilt scozzese, e dentro ci sono quattro o cinque persone che bevono e parlano – di ciclismo naturalmente – nella penombra dei tavolini mentre, guardando fuori, si capisce perfettamente che la sola cosa che turba il silenzio di questo piccolo paese durante l’anno può essere solamente l’arrivo delle corse.

Marc Vanzeebrouck
Stationsplein, 3
8660
De Panne

La signora seduta al banco di fianco a noi ordina una birra così scura che sembra cioccolato. Noi prendiamo una Brugse Zot, letteralmente il Matto di Bruges, nata e prodotta proprio nei sotterranei della città.

Guy mi spiega che c’è una storia affascinante dietro il nome e il suo significato. Io mi faccio cento castelli ma neanche uno è giusto: la leggenda ha a che fare con Massimiliano d’Asburgo – sì, quello carino della serie tv – che pare non fosse così carino con le tasse a quell’epoca e, a seguito di alcune rivolte, gli abitanti di Bruges pensarono di farlo prigioniero. Per vendicarsi il sovrano proibì tutti i mercati e le feste in città, di contro gli abitanti organizzarono una parata di giullari in suo onore, chiedendogli la possibilità di costruire un manicomio in città e tutto è bene quel che finisce bene. Se non è una telenovela questa. Da quel momento in poi, il soprannome dei cittadini divenne “I matti di Bruges” e il birrificio ha pensato poi bene di ricordare questa storia dando il nome a una sua birra chiara, molto buona per altro. Fine. Ed è già ora di bere una Leffe.

WAREGEM & CO.

Passo la serata con Ward – gli affezionati si ricorderanno di lui nel ruolo di belgian driver alla Paris-Roubaix 2018 – aspettando di andare a prendere sua figlia, in un pub tutto in legno, con i candelabri accesi come se fossimo nel film de La Bella e la Bestia.

Den Herder
Rijksweg, 13
8520
Kuurne

Quando non c’è niente di locale su cui fissarsi, il consiglio migliore è di andare sul sicuro, in questo caso scelgo una trappista anche se mi accorgo che tutte le ragazze attorno a me stanno bevendo vino. Molto più meditativo, certo, ma sinceramente non ho bisogno di pensare adesso. Anzi, tutt’altro.

Sono le nove e mezza, ho la sensazione che sia già mezzanotte, oltre a quella di aver fatto il giro di mezzo Paese in un giorno, il che è abbastanza vero. Nel mio hotel a Waregem non c’è nessuno e non scherzo. Il silenzio assoluto mi sconcerta e mi culla, come spesso succede, nei momenti che non so decifrare esattamente.

Hotel de Peracker
Caseelstraat, 45
8790
Waregem

Google Maps dice che là fuori c’è un laghetto ma il buio in Belgio è sempre immenso e spettrale e vuoto. La mattina lo vedo con i miei occhi o quasi, coperto da un velo di nebbia, con un piccolo e poetico molo di legno e due papere che nuotano spezzando la quiete delle sette del mattino. Spalmo la nutella su una parte di panino e il burro dall’altra mentre al TG fanno vedere Merckx durante la celebrazione per i meno cento giorni alla Grand Depart del Tour da Brussels. Ho quella sensazione di quando torni in un posto e trovi tutto esattamente uguale, come un punto fermo dal quale si può ripartire sempre, anche se io sinceramente non so neanche dove andare.

KORTRIJK

Non fatevi ingannare. Se un belga beve Coca-Cola alle dieci del mattino mentre i suoi amici accanto a lui hanno di fronte una birra, non è un eccezione, è solo uno che la sera prima si è ubriacato più degli altri. Kortrijk la vedo così in un sabato mattina in cui sono indecisa se sono contenta di tornare oppure mi spiace andarmene. Dicono che domenica per la Gand ci sarà brutto tempo, forse è meglio così. Ward si è offerto di accompagnarmi in stazione ma prima vado con lui a fare qualche commissione. Ho già fatto colazione ma non voglio partire senza aver preso un waffle dell’Atelier che, naturalmente, è chiuso. Il mio fiuto trova un altro posto come piace a me, pieno di candies e praline e zuccherini da metterci sopra. Prendo un waffle caldo al Kinder Bueno e non penso neanche un istante di aver esagerato visto che ho saltato la cena il giorno prima.

Frederic’S
Lange-Steenstraat 23
8500
Kortrijk

Lo divoro mentre stiamo seduti ai tavoli fuori, con il sole in faccia e Joeri in vivavoce che ringrazia per aver condiviso l’Harelbeke con loro. Tutte le cose semplici qui possono diventare epiche, basta crederci, e questa forse è una grande lezione. Su come affrontare la vita, su come affrontare le corse sul maledetto pavé che fa male persino quando ci corri sopra con le Stan Smith. Io non sono mai stata brava a correre e in cento altre cose, ma forse devi solo dimenticarti tutto, quando vuoi qualcosa davvero. Insomma, non lo so, davvero non lo so. Ma i muur sono come iceberg: non lo vedi tutto il tremendo dolore nelle giornate di primavera con gli alberi che brillano di fiori bianchi, non vedi quanta fatica c’è dietro la sfrontata bellezza.
Angoli segreti di Kortrijk mi ricordano che ci sono un sacco di posti che ancora dobbiamo vedere. E amare.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 risposte a "E3 Harelbeke 2019 | Travel Report"

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