La Parigi-Roubaix è sempre stato il mio concetto di impossibile. Ma è risaputo che i limiti esistono solo per essere infranti – e pure per godere facendolo – quindi semplicemente questa è stata la mia prima volta ad una corsa che è in assoluto unica nell’universo. E se dovessi dire che cos’è stato non riuscirei a spiegarlo fino in fondo ma di sicuro la coralità delle sensazioni nel velodromo è la coralità stessa del ciclismo, un punto nel mondo in cui l’anima incontra la sua intensità, una volta l’anno, per un secondo soltanto, come una specie di Big Bang.
Qui i soliti consigli (alcuni meglio non seguirli forse) su cosa fare o non fare in quei giorni.
In totale io e le mie compagne di viaggio abbiamo fatto 484 chilometri e rischiato di non salire su un aereo.

PLAYLIST 🎧

OK – Robin Shultz, James Blunt
IDGAF – Dua Lipa
Toma la salida – Google Maps in spagnolo di Iraia.

KORTRIJK (PART II)

Finisce sempre così: sono le nove di sera e non abbiamo ancora mangiato. Ci abbiamo messo qualcosa come sei ore per arrivare a Lille ma è meglio lasciar correre. Di sicuro il vento e la luce del tardo pomeriggio sul Carrefour de l’Arbre è una cosa che si può considerare magica, esattamente come Kortrijk e il suo lunapark in piazza. Quaranta minuti per sconfinare ma ne vale la pena.
Cerchiamo un posto dove cenare ma non abbiamo voglia di scarpinare ancora nuotando nell’indecisione. Entriamo in questo locale un po’ hipster che fa hamburger – non c’è gran scelta –  io ne prendo uno vegetariano e non so se sia la fame – non mangiamo dalle dieci della mattina – ma lo divoro letteralmente. E’ buono, sul serio. E anche le patatine con la salsa piccante sopra mentre là fuori la giostra dei cavalli gira come un carillon di luci. Iraia mangia il panino a tempo di record e solo all’ultimo morso dice che la carne così non la mangia mai. La Vale estrae meticolosamente quarti di cipolla dal suo panino ma a parte questo penso che la gente si stia convincendo che non tocchiamo cibo dal 1987. Questa città continua ad essere un’isola sperduta, fuori dal resto.

JACK
Grote Markt 21
8500
Kortrijk

Il locale si svuota, la giostra si ferma. Fuori le lampade appese agli alberi dentro gabbie per uccellini sembrano prese da un’illustrazione di un libro per bambini, c’è un gatto a pelo lungo che corre lungo un cornicione, sembra correre sul bordo della notte, mentre viene l’odore di canna e di birra da un pub chiuso in una via.
Quaranta minuti per tornare in hotel e poi sbagliare strada, farsi la doccia. Giorni infiniti per notti infinite.

 


ARENBERG

Non so cosa sia esattamente ma di sicuro questo clima mi ricorda il ciclocross. Il fumo denso che sale dalle griglie, l’odore delle birre e dell’umido di una mattina grigia che promette sole. Fa già caldo quando decidiamo di mangiare subito, chissene frega se sono le undici, sappiamo poi come vanno le cose. Come da tradizione, il menù è spartano: salsiccia con ketchup o mostarda e patatine – nel sacchetto – ma va bene così. Se non fosse che io, come una principiante qualunque, mi convinco che la mostarda sia senape. La signora me ne mette un quintale nel panino e io ignoro tutto fino a che cominciano a lacrimarmi gli occhi e ovviamente la Miky mi sfotte facendomi foto fantozziane mentre cerco di evitare il contatto con l’infernale salsa. In fondo questa è Arenberg, la chiamano l’Enfer du nord ma sta uscendo il sole e sembra un paradiso. E’ così che l’apparenza inganna e – come il ciclismo insegna – non puoi fidarti di niente, a parte di te stesso.

Mancano ancora quattro ore e forse di più al passaggio, è un po’ il patto che devi fare coi luoghi sacri, l’attesa in cambio di tutto il resto e forse non è sbagliato. Quando aspetti hai il tempo e quando hai il tempo, senti di più ogni cosa. Ward – il nostro amico/autista belga – ha portato per noi qualcosa come una cinquantina di lattine di Coca-Cola e bottiglie d’acqua, ce n’è per un reggimento e siamo solo in quattro. Ma il piccolo frigo-bar è un seggiolino improvvisato e tocca a me l’onore di poterci salire in piedi come una vedetta.

Le transenne si riempiono, i quattro ragazzi spagnoli con le teste da fenicottero cominciano a parlare con il becco dei loro stessi cappelli e capiamo che forse hanno già perso il conto delle birre, noi invece teniamo abbastanza alla nostra sobrietà per arrivare intere a sera perciò ci sparpagliamo negli ultimi metri della foresta, i migliori per capire davvero cosa sia questa strada quasi nel mezzo del nulla.
Poi arriva la corsa e capisci che il tempo se ne va in un attimo, improvvisamente non c’è più neanche un secondo per pensare, devi correre alla macchina, devi guardarli in faccia tutti mentre fai lo slalom tra la gente, loro nella transenna e tu fuori. Un temporale. Ancora il fango è nero e denso: probabilmente questa terra non smetterà mai di risputare il carbone delle miniere anche nelle giornate in cui sembra sia estate.

VILLENEUVE D’ASQ

Fuori scende la sera su un giorno che non dovremo dimenticare mai, penso. Seduta con le gambe incrociate sulla moquette guardo attraverso la tenda bianca le luci che si accendono in lontananza, il semaforo che diventa rosso, il piazzale dello stadio semi-deserto. La Vale è stesa sul letto e la Miky è nell’altra stanza a piangere davanti alle foto che ha fatto a Sagan sul traguardo. Ward ci ha detto che Villeneuve d’Asq non è un posto molto sicuro la sera, specialmente per tre ragazze, ma non c’è molta scelta: siamo troppo stanche. I bar sotto all’hotel sono tutti chiusi, sembra un quartiere fantasma. Prendiamo la macchina per trovare un posto dove mangiare e le strade sembrano delle Highway americane nelle gloriose sere di primavera sulla West Coast. Non c’è niente, non c’è nessuno. A parte un locale semivuoto con la scritta a led rossa che sembra un motel. Hambuger. Mi viene male a pensare di mangiare ancora quella roba. Ma anche qui non c’è scelta. La cameriera è così gentile, contiamo tre persone all’interno, e noi ovviamente. La Vale è così stanca che deve tenere il dito puntato sul panino che vuole per non dimenticarsene.

Ovviamente aspettiamo tipo quaranta minuti per mangiare però è così che ci accorgiamo di cosa voglia dire condividere una passione fino in fondo. Siano benedette queste sere dopo la corsa in cui io scambio un KFC per un Brico e la –poca – gente ci guarda male perché ridiamo troppo.
E fa niente se le patatine sono di plastica, fuori sembra di stare a due chilometri dall’Oceano.

Buffalo Grill
Lotissement du Canton du Moulin
Rue Chanzy
59260
Lezennes

LILLE

Lille sembra avere l’autentica anima delle città del Nord, un pezzo di Belgio in Francia.
E’ grigia la mattina del ritorno e il lunedì è tutto chiuso, in uno scenario post apocalittico in cui probabilmente il novanta per cento della gente sta smaltendo una sbornia domenicale e il restante dieci sta ripulendo i locali e i tavolini.

Come un vero segugio, la Miky sente il rumore della macchinetta del caffè uscire da un bar che si affaccia sulla Place du Théâtre ma il cameriere ci dice che non hanno croissant. Molto male. Ne troviamo un altro, poco più avanti, persino più carino, con le porte piccole in stile medievale. C’è profumo di burro, di tortine e ci sono un sacco di dolci. La Vale e la Miky prendono un muffin e io – rullo di tamburi – il pain au chocolat. Ah sì, e un brownie. Perché senza dolci non sto in piedi e tutte noi siamo consapevoli del viaggio che ci aspetta.

Notting Hill Coffee
Place du Théâtre 2
59800
Lille

Fuori fa freddo e a detta della Miky – che proprio su questo tema ha aperto una rubrica ufficiale su Instagram – il caffè è imbevibile ma il resto è bellissimo, le finestre si affacciano sulla piazza e poi sulla via e sulle case in stile Art Nuveau.

Solo dopo scopriamo che il locale è all’interno della Vecchia Borsa di Lille, un edificio storico tra i più conosciuti dai turisti, costruita nel 1600 da un architetto che si ispirò alla Borsa di Anversa e quindi allo stile del Rinascimento Fiammingo.
Ecco perché quella sensazione di essere un po’ a casa. Tutto regolare.
Mentre la Miky paga il biglietto del parcheggio do una monetina a un clochard seduto lì a fianco, lei crede che serva a riassestare il Karma ma non è niente di tutto questo.
Solo che, dopotutto, bisogna essere gentili, bisogna essere grati, bisogna essere vivi.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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