Un viaggio senza pause, con poche ore per dormire e per pensare, la città vista da un attico e la misteriosa Andalusia che brucia sotto il sole spagnolo di agosto. Le prime tappe della Vuelta sono state un racconto gitano perso nelle notti dei tempi, con il potere di dilatare tutto, facendoti perdere il senso.
In totale, io e i miei compagni di viaggio – casuali e non – abbiamo percorso circa 400 chilometri. Ecco i soliti appunti per vivere a caso una piccola parte di Costa del Sol.

PLAYLIST 🎧

Havana – Camilla Cabello
Despacito – Luis Fonsi (sì, in Spagna la passano ancora in radio)
One Kiss – Dua Lipa & Calvin Harris

MALAGA (PART I)

Diciamo che la periferia ti frega, appena uscita dall’aeroporto avverto il totale sbalzo termico tra Nord Italia e Sud della Spagna e di nuovo mi incasino con le solite tre o quattro corsie pure in rotonda, come se fosse un’autostrada continua. Sono le tre e mezza e non ho pranzato, ecco perché quando trovo Iraia e Ivano fuori dall’albergo decidiamo di andare a prendere qualcosa da mettere sotto i denti al più presto possibile, cioè nel centro commerciale della stazione. Una catena sì, ma che fa Montaditos – cento tipi diversi di mini panini – tanto per entrare un attimo nell’atmosfera iberica. Prendo quattro paninetti a caso di cui uno con la tipica tortillas de patatas che, dopo aver sfottuto gli spagnoli che se la mangiano la mattina con il caffè con leche, inconsapevolmente scopro essere una cosa paradisiaca.

 

Per il resto, questa città di paradisiaco sembra avere poco: ho considerato il venerdì come una specie di giorno di riposo dedicato alla spiaggia ma quella più vicina assomiglia a Rimini ad agosto. Quindi, mentre si fa sera, io e Iraia andiamo a bere in questo posto che fa la Cruzcampo artigianale, una birra tipica andalusa, nata a Siviglia dall’idea di due fratelli che volevano una cerveza che fosse perfetta per il clima caldo del sud e in verità penso ci siano riusciti.

Non so se è perché ho una sete da viandante nel deserto o cosa, ma trovo che sia una delle migliori birre mai bevute. L’interno della Fabrica è accogliente, ci sono quelle lampade rotonde che adoro e i macchinari per la produzione sono lucidi e in bella vista, c’è musica dal vivo e uno slow latino che ti dice di non guardare il telefono o gli orari. E’ venerdì sera.

La Fabrica
Calle Trinidad Grund, 29
29001
Malaga

Bisogna fare qualcosa come due chilometri a piedi per raggiungere il centro e capire che questa città è un labirinto di calle piastrellate dove si riflettono le luci dei lampioni con i gerani e dove la gente passeggia sotto la luna fino a tarda notte. Ci troviamo abbastanza affamate con Valeria e Vanessa che sono qui in vacanza – ma anche un po’ per la Vuelta, naturalmente – ed è strano come mezza Italia si sia spostata sulla Costa del Sol e, ancora una volta, è colpa del ciclismo se stasera vogliamo solo a stare insieme senza pensieri mentre, per fortuna, non ho guardato le duecento recensioni negative su TripAdvisor sul posto che scegliamo per cena e il cameriere parla come un rullo compressore prima di portarci le tapas.

Dopo aver ascoltato il consueto copione che non posso andare a Malaga e non mangiare pesce, riesco finalmente a fiondarmi sulle crocchette e sulle patatas bravas – mai buone come quelle di Tarragona, mi dispiace – e risento il solito sapore piccante di aglio che oramai associo all’estate spagnola. Mentre le altre si rubano il baccalà, io assaggio per la prima volta i flamenquines di Cordoba, tipo degli involtini fritti con jamon iberico e formaggio.

Ci sono i tavoli solo fuori, dentro il posto è minuscolo e ricoperto di piastrelline colorate in ceramica. Continuo a non capire dove siamo anche quando andiamo a vedere la cattedrale e due inglesi ubriachi ci dicono orgogliosamente bestemmie in italiano pensando siano modi per cominciare una conversazione. Io scambio un orologio per la luna e non sono ubriaca, il che sembra piuttosto grave se non fosse che sono brasata, è mezzanotte passata e staremo fuori ancora fino alle due. Malaga forse ha un fascino nascosto ma continua ad essere disorientante come se tutte le vie e le piazze fossero uguali. Ma forse è colpa mia che, prima di partire, non guardo neanche su Wikipedia per informarmi sul posto dove vado. In realtà l’Andalusia è una regione magica, piena di tradizioni e di leggende ed è per questo che non assomiglia a niente che ho già visto.
La mattina dopo, mentre Iraia dorme, raggiungo Valeria e Vanessa in spiaggia e per fortuna, in certe cose, tutto il mondo è paese e scendere al mare presto è il miglior consiglio per trovare un po’ di pace. In secondo luogo, ammetto che nuotare mentre sorge il sole è nella lista delle mie cose preferite.

 

Di sicuro a quest’ora persino il porto vicino sembra suggestivo e dal mare si vede la città finalmente alla luce del sole – ah sì, ci sono già 27 gradi – con il castello che venne costruito dal Califfo di Cordoba Abd Al Rahman III.
Le influenze arabe sono inevitabili, la vicinanza alle coste africane e la conquista musulmana della città nel VIII secolo le ha regalato i suoi colori e i suoi sapori. Un po’ come le uvette nel gelato liquoroso, come il miele o le mandorle. Sì, appunto, le mandorle che sono praticamente ovunque nel pomeriggio che passiamo a girare per otto chilometri di percorso – in totale ne facciamo venti – sotto a un cielo azzurro senza nuvole e un caldo da allucinazioni nel deserto. Comunque mi viene da aprire Google e cercare il significato di tutti i chioschi per strada che vendono questa frutta secca e scopro che se sei a Malaga non puoi non assaggiare le mandorle fritte. Comprarle mi sembra quasi doveroso. Per due euro il tipo mi riempie un cono di carta. Parla italiano, è super gentile. Ma non cambia il fatto che le mandorle mi sembrano abbastanza normali, cioè a dire la verità sarebbero perfette con lo Spritz ma non adesso, in una giornata in cui ho già bevuto cinque Aquarius di fila per non morire disidratata.

A una certa, Vanessa ha la miracolosa idea di suggerire un frappé in un piccolo locale in una calle dietro Plaza de la Costituciòn, uno di quei posti in cui fanno centrifugati, succhi, cupcakes.

El Ultimo Mono Juice & Coffee
Calle Sta. Maria, 9
29015
Malaga

Dentro c’è un tavolino dark, una poltrona che sembra presa da una casa dell’Ottocento abbandonata, un frigo con mille adesivi con una chitarra nera sopra. Prendo un frappè alla vaniglia, esattamente quello che ci vuole per sopravvivere fino alle undici e mezza senza toccare cibo per poi arrendersi ai noodles a domicilio mangiati con le mani. Ma non c’è niente di tipico in questo.

 

MALAGA (PART II)

El Pimpi è un’istituzione in questa città, c’è una parete con tutte le foto dei personaggi famosi che sono passati di qui, spagnoli per lo più, c’è Riki Martin ma anche Rafa Nadal. A parte questo che trovo lievemente trash, il posto è un labirinto di sale e cortili e poi ancora sale. Il tipico portico andaluso, con le pareti bianche, i vasi di fiori appesi e le lanterne che fanno sembrare tutto una ricostruzione teatrale. Alle pareti ci sono manifesti d’epoca con ballerini di flamenco e annunci di spettacoli gitani.

El Pimpi
Calle Granada, 62
29015
Malaga

Cruzcampo e tapas, naturalmente. Il cameriere porta due ciotole di Salmorejo che è una zuppa fredda di pomodoro, aglio e olio solitamente guarnita con i crostini di pane, uovo sodo e jamon iberico. E per me che faccio sempre la scarpetta dopo la pasta con il sugo fresco, è un nettare degli dei. In Andalusia si mangia anche a colazione ma non è da confondere con il Gazpacho che è più liquido e spesso viene servito in bicchierini da cocktail proprio come una bevanda.

 

Iraia spiega che quando va da sua madre a Cordoba, ogni anno, per una settimana di vacanza, mangia prosciutto a tutte le ore, racconta di giornate scandite dalle birre serali e dalle sieste in piscina e non ho mai avuto la sensazione così netta che questo sia un posto lontano da tutto in assoluto, come se uno di quei cucchiai tondi per il gelato scavasse fino a svuotare del tutto la vaschetta della nostra testa. Il gelato però stasera lo voglio, il dulce de leche che sembra lievemente salato e l’orologio che segna le undici e mezza. Presto per rientrare, tardi per gente che ha sonno e deve ancora fare la doccia e scrivere.

Le vie strette sono gialle sotto i lampioni e la luna ci guarda dai cornicioni là in alto. Poi sono io a guardare lei mentre la città là sotto chiacchiera ancora nel profondo della notte, Agraba vista dai tetti, la cattedrale, la ruota, i balconi, le mura. Un po’ come stare nella sfera di una zingara che legge il futuro. Come se la zingara non sapesse che noi del futuro abbiamo paura, che possiamo solo vivere il presente. Il confuso presente, direi allo spirito di Jack se fosse qui.

 

 

GRANADA

Il tramonto in Sierra Nevada è una specie di incendio e Granada da lontano è un pugno di luci che brillano contro il buio. Di lei dicono meraviglie ma io ho solo una notte – metà diciamo, perché devo anche dormire – per vederla. Tomazs riesce a darci buoni consigli persino dalla Polonia, e ci manda da un suo amico in un locale appena fuori città che si chiama Lola, come Lola Flores che era una famosa ballerina di flamenco. Figlia di una gitana, aveva cominciato esibendosi nella locanda del padre a Jerez de La Frontera ed era diventata un’attrice di cinema. Il suo volto con l’eyeliner agli occhi è sul menu. Beviamo una birra di Granada, l’Alhambra e poi tapas buone ma troppo abbondanti per lo strano appetito che mi viene qui: vorresti ordinare dieci portate ma sei sazia ai primi due bocconi della prima.

Taberna de Lola
Calle Torre de la Pòlvora
18008
Granada

Curro ci offre due bicchieri di vino bianco celestiale, uno di quelli che ti ubriachi facile perché è dolce come un succo per bambini. Nonostante la mia insistenza, il nome resterà un segreto, come nella tradizione di molte cose speciali. A proposito di questo, Tomazs ci suggerisce un paio di punti per vedere la magia dell’Alhambra di notte e il cameriere ci conferma che a dieci minuti di macchina c’è il Mirador de San Nicolas, il punto più suggestivo per avere Granada ai nostri piedi. E in effetti è vero, ci arrivi per un intrico di vie strette e deserte, illuminate dai lampioni in ferro battuto, tra le case bianche tutte chiuse come se fossero case fantasma, belle come in una segreta fiaba zingara, come un sortilegio in una notte magica. La città appare d’improvviso, dopo qualche gradino in salita, sotto c’è un minimarket con le luci a led bianche, vendono gelati e passano i motorini di tanto in tanto con i ragazzi che cavalcano l’estate dei quindici anni. E’ l’una ma sembrano le nove di sera per la gente che vocifera quassù davanti alla visione della città illuminata che offusca pure la luna dietro le nuvole. L’Alhambra è una cittadella fortificata di mille stanze, patii, giardini, pennacchi, capitelli, volute e templi, un racconto andaluso di fantasia e bellezza che da qui si può solo immaginare.

 

Non so se è magica questa notte. Di sicuro sembra strano tornare a casa per dormire e mi sembra di avere ancora quindici anni e non riuscire a cavalcare nessuna estate, uscendo da un labirinto deserto. Buonanotte Andalusia che non dormi mai, una visione onirica si adatta a te.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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