Torino non l’ho mai vista. Ora luccica laggiù nel sole di mezzogiorno: il fiume tranquillo e la Mole per metà nella leggera foschia. Senza quella nebbiolina azzurra, forse, si vedrebbe l’infinito. Quassù c’è odore di terra, di sottobosco.
ci_5Tutt’attorno a Superga c’è una stradina che abbraccia la collina. Il fianco ferito dall’aereo schiantato. L’aria è piena del profumo che viene dalle siepi di bosso, dagli alberi che il vento accarezza ogni tanto. Due gatti sbucano dal fogliame, guardano con i loro occhi gialli: come tutti i gatti vorrebbero fidarsi ma non si fidano. Scappano via e miagolano lontano. Come per rispetto. Perché qui il silenzio c’e davvero, non è solo apparenza. Così profondo non l’ho mai sentito. Una lunga lapide addossata al muro si tiene incisi addosso i nomi di chi se ne è andato. Proprio lì, sul fianco di Superga. Dove tutti i torinesi sono andati a piangere, almeno una volta, i loro ragazzi. C’è una rosa. E mille cose color rosso granata. C’è scritto Toro ovunque. E’ qualcosa che ti fa restare immobile, commossa. Campioni d’Italia. Sembra impossibile che tutta questa quiete possa essere stata interrotta così. Quel giorno.
CI_3Tra ombra e sole passa un venticello leggero. Ma sulla salita che porta al GPM l’asfalto è rovente. La gente del ciclismo è ammassata ai muretti, cerca l’ombra che non c’è. Ci si abitua così, subito: freddo, caldo, grandine, pioggia o afa costante. Forse è un modo per stare più vicino a loro, ai ragazzi che spuntano dalla curva a manciate. Le braccia lucide di sudore, le divise aperte, le catenine che luccicano. La gente li ama per questo. Si mettono a nudo. La fatica è tutta lì, la guardi in faccia.
E loro gridano, urlano, offrono bottiglie d’acqua fresca che nessuno prenderà ma che resta sempre un gesto di affetto profondo. Per tutti. Uno per uno.
CI_2Viene quasi da ridere a pensare a chi cerca di trasformare il ciclismo in uno sport come gli altri, con l’economia che comanda e il cuore zittito. La risposta è sempre qui, nel genuino disordine del tifo improvvisato o organizzato. Indistruttibile. Poi qua sono tutti italiani. Figli loro. Di chi li ha cresciuti e ora è venuto da lontano per vederli passare con gli occhi lucidi. Loro di fatica, gli altri di commozione.
Qua son tutti figli loro. Campioni già solo per il fatto di essere arrivati a fare i professionisti. Lavoro che non ha orari. Lavoro che è più la vita stessa che altro.

A Superga arriva per primo Vincenzo Nibali che fa già quasi sognare il Tour. Gli altri sono solo stanchi: cercano i massaggiatori, si svuotano sulla faccia l’acqua delle bottigliette che scivola via ma non riesce a lavare la stanchezza o qualche amarezza. L’asfalto si tiene quella parte di ciclismo che gli spetta. Forse la più preziosa. Quello che resta dei chilometri percorsi. Perchè il sudore qui è una cosa sacra.
Chiazze sull’asfalto che evaporano piano, tra la gente e le ammiraglie che si preparano a andarsene.
CI_1Mentre torno verso casa sfilano dal finestrino le colline. Nei campi ci sono in papaveri sbiaditi dal caldo e i covoni dorati. Metto un cd a caso.
That I love you
I have loved you all along

Roba che ascoltavo da adolescente. Eppure quando si è innamorati davvero si torna ragazzini, quasi bambini. A volte scrivere è un pretesto per le dichiarazioni d’amore.
I keep dreaming you’ll be with me
And you’ll never go
Stop breathing if I don’t see you anymore
Questa sarebbe l’ennesima. E non sarà l’ultima. Non bastano mai.
I love you

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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