Le sue righe, praticamente la sua firma, non nascono al computer ma sono strisce di cartoncino sulle quali si avvolge filo colorato, alle riunioni con i businessman sbatte un pollo di plastica sul tavolo e tutti si mettono a ridere e centinaia di persone al mondo gli inviano coniglietti di tutti i tipi, suo non voluto portafortuna dai tempi di una strana leggenda nata durante un viaggio in treno con un amico.
Sir Paul Smith non è decisamente una persona inquadrabile e la sua vita, le sue creazioni, dimostrano che è un artista in continuo movimento, alla disperata ricerca dell’effetto sorpresa che è l’anima caleidoscopica del suo leggendario slogan “classic with a twist”, unico anche se, come tutte le cose uniche, è stato preso in prestito da tanti.
Ma Sir Paul non è sempre stato un cultore della moda. Il suo sogno, uno di quelli veri, che chiamano da dentro, era quello di andare in bicicletta. A quattordici anni lascia la scuola, roba che in questa società di universitari obbligati farebbe accapponare la pelle, e va a lavorare in un magazzino. Vuole fare il ciclista professionista, ha bisogno di soldi e, grazie a quel lavoro, comincia a metterli da parte. La bicicletta è la sua libertà, il modo di vivere che aderisce meglio alla sua anima curiosa. Il suo idolo è Jacques Anquetil: stile elegante, vita da rockstar, occhi di ghiaccio e fisico asciutto da indossatore.

Forse sarebbe stato così anche Paul ciclista se non fosse che per un brutto incidente è costretto ad abbandonare la carriera sulle due ruote. Un addio forzato, un sogno stroncato. Ma forse è proprio quando sentiamo il vuoto sotto i piedi, quando il pavimento di speranze che c’eravamo costruiti si sbriciola, che cerchiamo nuove strade. Dovunque e comunque. Il Destino gli apre la sua strada, quella vera, a Londra dove la vita ha una curva a gomito: conosce Pauline Denyer, la donna che diventerà sua moglie. Lei che studia arte gli insegna tutto sui colori e sui tessuti. Diventano inseparabili. Lo spinge ad aprire la prima boutique, una stanza di tre metri per tre senza finestre, senza luce. Comincia la sua ossessione perenne: la ricerca della bellezza nell’effetto sorpresa. Un oggetto è bello quando solo chi lo possiede ne conosce l’anima: un segreto, un dialogo intimo tra il vestito e chi lo indossa, tra l’arredo e chi lo guarda. L’unicità che è la base anche dell’amore. E forse quell’amore di ragazzo non l’ha mai dimenticato, è sempre nella sua vita come una registrazione che scorre in uno studio creativo: in sottofondo guida i pensieri. Il ciclismo, alla fine, ha una bellezza caleidoscopica, contraddittoria e a volte un po’ kitsch come le sue giacche foderate con le stampe di frutta o la Mini Cooper a righe. Una bellezza che sta nelle piccole cose vere, come la sensazione che da, alle dita, toccare la stoffa di una divisa prima di una corsa o come il taglio perfetto che bisogna dare ad un abito per far sì che si possa mettere l’etichetta di una sartoria di lusso. Il taglio fa la differenza, lo dice sempre anche mia madre, la precisione, il dettaglio, fanno aderire tutto alla pelle come se fosse plasmato sul corpo. La perfezione e l’imperfezione: l’equilibrio sopra la follia, verrebbe da dire. D’altronde la bellezza vera, nel ciclismo, è qualcosa che rompe gli schemi e sorprende. Un ciclista che firma una borraccia a un bambino, le mani sporche di grasso, uno scarpino infilato nel tacchetto e l’altro a terra prima di una partenza: l’asfalto e la bicicletta, sempre così, in bilico, un piede a terra e uno più su, dove galleggiano le speranze. E’ una bellezza confusa e indecifrabile, seria e felice, fatta di striscioni e di bandiere. Niente curve tutte di un colore, niente smoking all black per rendere più facili le definizioni sportive. Ma righe. Proprio come quelle di Paul: righe che si alternano sempre, un gioco senza macchine. Righe infinite come le infinite strade che sono il simbolo del ciclismo: là ci si innamora davvero, là si cede alla bellezza concreta, senza trucchi.

Paul Smith ora ha oltre duemila boutique in tutto il mondo ma non si è dimenticato del suo primo amore. Ha disegnato la maglia rosa del Giro d’Italia 2013 e continua ad avere la visione bella e limpida di chi è stato sulla bicicletta: lo entusiasmano le cose semplici. Margaret Mazzantini, in un suo libro, dice che la vita è una carta adesiva, sembrano resistere molte cose ma, in realtà, se la srotoli rimangono giusto quattro stronzate. Sì, saranno anche quattro ma rimangono appiccicate alla carta dell’esistenza, saranno anche le cose più piccole o le più stupide ma resistono ai nostri scossoni quotidiani.
Non è quella la bellezza, forse? Quello che rimane addosso, dopo tutto. Dopo le tempeste, i deserti e i paradisi. Bellezza di solchi, di righe, di cicatrici. Perché quelle dei ciclisti, di cicatrici, sono un po’ come quei tagli netti nelle tele di Fontana. Nessuno lo sa, ma sono tentativi per varcare la soglia di un’altra dimensione. 

2013 GIro S1b

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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