Ci sono notti calde e intense come carezze. Ci sono notti interminabili, gelide, che hanno quasi paura a vestirsi di alba. Notti come quella del due gennaio 1960, quando in un ospedale di Tortona, una strana febbre africana che poi si scoprì malaria, portò via all’Italia e al mondo Faustino Coppi: malinconico eroe tutto spigoli, soldatino di una Patria ferita che sul suo esile cavallo di ferro aveva radunato ancora le risate e i fazzoletti per le strade.

Forse sarebbe piaciuta, quella notte, a Fausto: fredda, nebbiosa, con il gelo invernale che zittiva tutte le cose. Soffriva terribilmente il caldo, mentre era in corsa, e le sue più grandi imprese le ha abbracciate sotto la pioggia, quando gli altri tremavano per il freddo fin nelle ossa. Probabilmente perché era nato da contadini e chi sta a contatto con la terra, si sa, ha la tempra dura, è abituato alle pareti spesse delle cascine e alle stanze grandi, difficili da riscaldare. Ma il Faustin non era fatto per l’aratro e nemmeno per fare il garzone in una salumeria. Non era tracagnotto, possente, come la gente della sua campagna: aveva i polpacci scarni, le cosce robuste e la cassa toracica ampia eppur fragile come quella di un uccellino. Così ampia da contenere un cuore e polmoni sorprendenti. L’anima parla prima del corpo: Fausto è nato per la bicicletta. Lui che, coi piedi per terra, sembrava troppo magrolino, troppo alto e forse bruttino, con la schiena piegata sul manubrio, diventava il Campionissimo e la sua smorfia di fatica che, negli altri corridori era solo la maschera del dolore, lo trasfigurava. Ed era questo, questa strana luce che veniva dagli occhi e dal corpo prostrato dallo sforzo che lo fece subito amare da tutti. La gente, il gruppo e i suoi gregari ai quali voleva bene come a dei fratelli. Per loro che lo hanno seguito fedelmente, che gli hanno passato le borracce nei giorni afosi, che lo hanno aspettato ai bordi della strada dopo una foratura, Fausto sarà sempre “Il Capitano”. Capitano silenzioso, dal sorriso timido, quasi triste. Perché Fausto faceva divertire la gente, infuocava la folla, faceva innamorare tutti di sé ma la sua era una vita quasi da artista. Lontano dalla bicicletta, come un pittore lontano dalla sua tela, combatteva contro le sue malinconie e le sue sfortune. Quando scoppia la guerra lo mandano in Africa, a fare il soldato.

Laggiù non si pensa a scalare le montagne, ad alzarsi sui pedali: la prigionia lo attende e le notizie su di lui, nel Bel Paese, non giungono più. Il suo fisico resiste, però, alle sferzate della fame, del caldo, dei maltrattamenti e, alla fine del conflitto, vuole tornare in sella, anche con i continui dolori allo stomaco, forse provocati dal lungo tempo di privazioni in terra straniera. Poi le vittorie: splendide, in solitaria. La doppietta Giro – Tour, il Giro di Lombardia, la Parigi – Roubaix. Eppure Fausto ha sempre sul volto quel velo di dolcezza mista a malinconia, con sé stesso è critico, quasi severo, vede sempre le sue debolezze, non è mai tranquillo. Nel 1951, dopo molte cadute sfortunate, in un giorno di giugno, la strada si porta via per sempre il fratello Serse. Ma nemmeno questo dolore riesce a togliere Fausto Coppi dall’amore per la bicicletta. Che è come tutti gli amori belli: profondo, carnale, imperfetto.

Sì, forse sarebbe piaciuta, a Fausto, una notte così: fredda, insidiosa, eterna. E silenziosa. Di un silenzio religioso, come quello che c’è, nelle giornate invernali, sulle cime più alte dell’Izoard, dove passò il suo trionfo. Un silenzio come quello che Fausto si portava dentro e nessuno ha mai capito meglio di lui. Che non era vuoto ma aveva sulle sue spalle tutto il peso delle due facce del talento: bisogna accettarle entrambe per vincere.

Ciao Fostò – come ti chiamavano le tue ammiratrici francesi – anche oggi che sono passati più di cinquant’anni continuiamo a dirci che quella lì, quella del 1960, è stata una di quelle notti interminabili, dalla quale l’Italia non avrebbe mai voluto svegliarsi. Perché in quelle ore fredde, prima di un nuovo sole, è rimasto il tuo respiro. E i respiri delle persone a cui vogliamo bene sono sempre qualche cosa di miracoloso, di importante, che vorremmo trattenere per sempre.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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