A voi, ragazzi azzurri di Valkenburg. Ma anche a voi, ciclisti che avreste voluto essere là. Perché la maglia azzurra siete voi. Tutti voi.

Gli italiani. Una pubblicità che passava spesso in televisione diceva che siamo bravi a fare il caffè, a far ridere, a fare l’amore. Io aggiungerei che siamo bravi a sognare, siamo specializzati quasi. E non mi si tiri in ballo il famoso “sogno americano”, baluardo di un Paese con poca storia che, agli occhi del mondo vuole sempre apparire come il regno dei balocchi. Perché quelli che partivano per la “Merica”, come la chiamavano i contadini del Sud, quelli che se ne andavano oltre l’Oceano con una valigetta di cartone, stipati in navi puzzolenti, eravamo noi. Quelli che partivano con i calzini rammendati, le toppe alle ginocchia e ai gomiti, sperando di fare fortuna, eravamo noi. Quelli che hanno creduto più di tutti che, lì, i sogni si potevano avverare, eravamo noi.

A quest’ora, probabilmente, sul Cauberg, scende la sera e gli alberi, attorno alla salita che dovrà dare il giudizio sull’iride, si riempiono di ombre. La appoggiamo qui la nostra valigetta di cartone. Qui su questo asfalto silenzioso che non è altro che un pezzo di Mondo, una collina verdeggiante come tante. Cosa c’è dentro quella valigetta? Quando si parte per un viaggio importante si pensa sempre a cosa portare con sé. Quanta ce ne era di roba, nell’armadio italiano. C’era la crisi e il ciclismo senza sponsor, senza imprenditori che dicono “Venite ragazzi, vi metto il nome della mia ditta sulla maglietta”. C’era il doping, le accuse a parole, senza prove. C’era Di Rocco, i suoi provvedimenti, i sospetti e i corridori che, della maglia italiana, non ne hanno potuto sentire nemmeno il profumo perché è stato detto di no, che loro non ci potevano andare là, al Mondiale. C’era chi, al ciclismo, non crede più, come con la politica: tutti bugiardi, tutti dopati.

A uno a uno li abbiamo guardati e li abbiamo lasciati lì, nell’armadio, senza nemmeno pensare a mettere un sacchettino di naftalina per tenere lontane le tarme. La nostra valigetta ce la siamo portata via così. Vuota. Ma solo in apparenza perché quelle quattro pareti di cartone pesano ugualmente: lì dentro ci abbiamo messo i sogni. E sono pesanti, i sogni. Anche se si accorge solo chi li porta: per gli altri, per tutti gli altri sono fatti di nulla, di aria. Noi ci sediamo qui, con la nostra valigetta che, per il mondo, è vuota. Aspettiamo qui e ci raccontiamo la nostra bella storia, ci concilierà un sonno sereno.

Buonanotte Cauberg immerso nella sera. Buonanotte Cauberg silenzioso che ti prepari alle urla poliglotte dei tifosi. Buonanotte Cauberg che ti fai bello perché domani ti vedrà tutto il mondo. Buonanotte Cauberg: sii saggio nel tuo giudizio e sappi che la nostra “Merica” è tutta lì, dove finisce la tua asperità, sulla tua cima che, per domani, solo per domani, sarà quella più alta del mondo.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 replies on “La sera del Cauberg: il caffè, l’amore e la “Merica”.

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