Il tempo che segna il navigatore sembra essersi bloccato completamente. I vigneti sempre uguali e le montagne striate di azzurro e di verde sono la stessa fotocopia per chilometri. Solo il ciclismo sa dove stiamo andando, senza un copilota che ci faccia sentire come se stessimo guidando verso il paradiso. Le ore passano senza mai scorrere davvero. Questo momento sospeso assomiglia alle apnee che senti quando la fatica è troppa e non sai se sarà abbastanza per arrivare. Quanto manca alla vetta?
Laggiù la valle sembra un miracolo mentre la strada sale tra gli alberi come un serpentone verso Andalo. Improvvisamente, ogni tanto, si apre uno squarcio delle montagne illuminate, le case piccole e lontane che sembrano di cartapesta. Le cose più intense tornano di continuo come picchi di estasi in mezzo al deserto, invisibili istanti che ancora sentiamo come corpi che respirano al nostro fianco. Ci consola sentire lo stesso vuoto, avere lo stesso sogno.
Sul traguardo, dopo che ha piovuto, il sole illumina l’istante in cui Michael Valgren chiude gli occhi. Questo non smetterà mai di incantarmi: c’è un microsecondo in cui tutto è silenzio, anche quando il mondo fuori ti sommerge. Una confessione pubblica, una preghiera fra tante altre. Schiene, mani, gambe e in mezzo lui che di nuovo scrive un pezzo della sua redenzione. Quella caduta è lontana ma lui sa che nessuno può più permettersi di dirgli che è troppo tardi, che il tempo è passato, che le cose non si possono rimettere al proprio posto.
Si può tornare.
Si può essere persino meglio di prima.


C’è una jeep parcheggiata sul fianco della collina, verso la valle azzurrina che è illuminata da un raggio di sole che le piove addosso come un bacio. Sembra il momento giusto per guardare il mondo addormentarsi attraverso un finestrino. Tenere gli occhi fissi su un orizzonte che disegna la nostra immaginazione, la nostra soltanto.
Quanto manca? – vorrei chiedere in un sussurro – solo per sentirmi rispondere: qualche ora.
Un minuto.
Adesso.