Certi giorni il mare era così blu da sembrare filtrato, altri era esattamente così, come questa mattina, grigio azzurro come gli occhi di un husky che corre nella neve, sollevando furiose onde bianche. Il negozio dei bomboloni caldi è chiuso da tempo immemore, il fuori stagione inghiotte questo posto di anno in anno, nessuno viene a passeggiare sulla spiaggia d’inverno. I gabbiani sfidano il vento immobili e pettoruti, i piccioni si nascondono qua e là, tra i tetti vicini, le finestre affacciate sull’impossibile. Qua il tempo si dilata e noi con lui. Inspiriamo ed espiriamo con la solita sensazione di restare immobili, che l’universo stia girando senza che noi ve ne prendiamo parte neanche una volta. E se non fossimo mai pronti a lasciare andare tutto questo? Dico, a diventare vecchi e voler restare aggrappati al ciclismo come se noi fossimo vampiri e lui il sangue?
Non sarebbe meglio sgretolarsi alla luce del sole che perdere la sola certezza che abbiamo?

Il vento scuote la macchia mediterranea che porta l’odore dei pomeriggi d’estate. Le onde a bassa frequenza sono flebili come un sussurro ma hanno la potenza di cento uragani. Arrivano, schiacciano le cose che ci rendono schiavi: le scadenze, i soldi, le consegne, il telefono ma soprattutto le responsabilità. Così questo è il respiro del nostro universo, quando un corridore scatta, il sole lo illumina, le nuvole si aprono in due come se dal cielo dovesse scendere una colomba. Così è come raccattiamo i nostri sogni sparsi che non servono più a niente. Le cose che pensavamo e non si sono avverate mai, terrazzini vuoti sul mare: neanche sappiamo qual è il nostro posto e siamo subito chiamati a diventare grandi.
Il cento per cento per ottenerne l’uno.

Guardo gli ultimi che sono rossi paonazzi per lo sforzo di restare in corsa, un po’ come quella volta che correvi la maratona alle medie e arrivavi penultima, con la faccia sconvolta di chi ha sputato l’anima senza ottenere nemmeno la medaglia di consolazione. Non il peggiore, nemmeno il migliore. In pratica nessuno.
Ma allora che senso ha restare qui? Forse ancora crediamo nel plot twist o magari sappiamo che la resistenza è una cosa naturale alla quale ci hanno abituati. Eravamo animali nella giungla e tali siamo rimasti.

Adesso da quassù il mare è nel sole per venti sacri secondi, le spume bianche lo muovono come lenti battiti, proprio come lo guardavo quando avevo quindici anni e avevo sogni netti come la linea dell’orizzonte nelle giornate di bel tempo. Se è vero che niente è cambiato, posso però giurare che le onde a bassa frequenza le abbiamo ascoltate tutte, persino i sussurri delle stelle morte, le ultime scie di luce, schegge che hanno illuminato l’oscurità.
Per poco o per sempre.
Alberto Sesana è un astrofisico lecchese che, con un team di ricercatori europei, è riuscito ad "ascoltare" quello che è stato chiamato "il respiro dell'universo". Si tratta di onde gravitazionali a bassissima frequenza che oscillano molto lentamente e pervadono ogni angolo del cosmo con un ritmo regolare che ricorda proprio quello di un respiro. La scoperta è stata possibile grazie alle osservazioni degli impulsi provenienti da stelle morte chiamate "pulsar".
Per fortuna la Primavera è vicina 😃