La città è esattamente come ti aspetteresti di trovarla la domenica mattina: la gente in after con la faccia bianca alla luce impietosa del giorno, le spazzole che puliscono la strada lentamente, qualche signora che va a fare la spesa, le saracinesche chiuse. Non sembra per niente la mattina di un Mondiale. A parte quando giri l’angolo e vedi lo strappo diritto di Montrose Street dove la gente comincia a fluire come ai concerti, lentamente, inesorabilmente, senza fine. Portano i beni di prima necessità: birre, schifezze varie, cibo per le prossime dieci ore consecutive. Perchè questo è il posto dello scatto, una specie di rampa di lancio che ricorda certe strade di San Francisco a guardarla dal basso. O voli o muori, non è che nel ciclismo esistono grandi mezze misure.

Tolgo la connessione al telefono, resto seduta su un gradino in mezzo al delirio per un tempo che trovo pressoché infinito. Arriva il sole, poi la pioggia, il sole e ancora le nuvole e nessuno si sposta da quel luogo senza sentimento – a parte questo, il nostro folle inseguimento dell’azione secca e brutale che ti fa sentire nel mezzo di tutto, un buco nello stomaco come quando sei innamorato perso. La gente è ovunque, si arrampica sui cornicioni delle finestre rischiando di prendersi le lance dei cancelli nel petto, sta in equilibrio sui corrimano dei gradini, se potesse si arrampicherebbe sui pali come se ci fosse la cuccagna.

La Scozia fa da sfondo a questo raduno di pazzi come in un libro di leggende: sopra il cielo incostante, sotto l’asfalto nero come il petrolio che disegna un circuito tormentato come quello di un videogioco. Curve secche, rilanci, salite improvvise, di tutto. Quando esco da Montrose Street e comincia a piovere, la strada diventa lucida e adesso sembra tutto un criterium killer con l’acqua che scende a secchiate come se fosse il set di una puntata di Misdsomer Murders e stessero per scoprire l’assassino.

Mathieu attacca esattamente come tutti si aspettavano, un rilascio di potenza che potrebbe accendere tutta la città, questo Mondiale è suo, lo sa già da dodici mesi, l’ha segnato e lo centrerà senza nessuna strana clausola. Lo sa persino quando scivola in una curva e si rialza in tempo zero, salta in sella come in una qualsiasi gara di cross, sacra madre di tutte le discipline, rude e fredda e inclemente come deve essere l’avvicinamento allo sport più bastardo che esista, dove nessuno ti perdona niente, nemmeno le tue debolezze. Nemmeno quando credevi di fare la cosa giusta e hai inseguito le voci dei kelpies fin nella corrente del fiume, perdendo te stesso, sparendo con loro. Ma VDP non è uno che si fa fottere, sa che il ciclismo ti può dare tutto in poco tempo e quel tempo non può essere sprecato mai. Sguardo di ghiaccio e spalle di pietra, niente lo scalfisce mentre va a prendere l’arcobaleno in un giorno di pioggia, il tesoro nella terra delle leggende, il suo sacro Graal, intoccabile ultimo reperto di una stagione di glorie e dolore. È dolce la vittoria dopo la sconfitta, scriverà poi, ventiquattro ore dopo, quando l’adrenalina avrà raggiunto un livello abbastanza normale.


Adesso il cielo sopra Glasgow sembra un dipinto ad acquarello da appendere in un salotto affacciato sulla campagna. A qualche chilometro da qua, Filippo Ganna sta disputando una sfida senza precedenti dalla quale uscirà con il suo sesto oro nell’inseguimento individuale. Se c’è una cosa che ci ha insegnato il ciclismo è quella di essere più forte dei demoni, cavalcarli un momento prima di lasciarsi portare di sotto, ribaltare il buio con la luce.
Per dare tutto serve il cuore, per vincere solo la testa.
Secondo le leggende scozzesi, il kelpie è uno spirito maligno che infesta le acque e assume le forme di un cavallo per attirare i viandanti sulla sua groppa e trascinarli sul fondo dei fiumi. Considerato molto pericoloso, ha però un punto debole: le sue briglie. Chiunque riesca a impossessarsene, avrà per sempre il controllo su di esso e sulla sua potenza, paragonata a quella di dieci cavalli. Si dice che il clan MacGregor possegga una briglia di kelpie, tramandata di generazione in generazione, da un antenato che la conquistò vicino a Loch Slochd.
Bellissimo, grazie mille per trasportarci in quell’atmosfera… raccontaci qualcosa del sogno di Bettiol, ci avevo creduto finché i fantastici quattro non si sono coalizzati… peccato, ma è stato un bel sogno!