Per ogni tua foto venuta mossa,
amami fino a spaccarmi le ossa.
Glasgow di scozzese ha veramente poco. Le pareti di arenaria rossa dei palazzi vittoriani fanno pensare piuttosto a una Montreal di fine ottocento, con i vicoli umidi, stretti, bui e decadenti dove la gente si ferma a vomitare. I grandi palazzi grigi del -quasi – nostro tempo e le gru fanno il resto, disegnando il circuito del Mondiale più assurdo della storia, dove tutti devono fare tutto ma non c’è tempo per niente perché le gare si sovrappongono come pancakes, una sopra l’altra.

Mentre guardo il cielo grigio dove volano i gabbiani, ho l’ennesima conferma che l’organizzazione non è proprio il mio forte. Nessun piano mai, allo sbaraglio completo. Improvvisamente l’autofocus del 70-300 non funziona più, da un momento all’altro, passo cinque giri a cercare di sistemarlo, vorrei anche lanciarlo sull’asfalto, ma niente. Non lo uso mai ma ora che mi serve è out. Rimetto il cinquanta fisso – pressoché inutile su un circuito così – e un po’ mi incazzo poi alzo gli occhi e vedo due bambini arrampicati su una finestra che ballano come se andassero in discoteca tutti i sabato sera. Di nuovo il ciclismo mi ricorda che tutti gli istanti più intensi che abbiamo vissuto erano fuori fuoco, ricordiamo i dettagli solo perchè li abbiamo visti con gli altri sensi, scivolati via come una scheggia, una saetta di un temporale, un fiume in piena, una corsa contro il tempo. Lì abbiamo vissuto, lì siamo vivi.

Ho perso la medaglia – dice cento volte David all’arrivo mentre si tiene la faccia con le mani. Non sono lacrime, è rabbia nera contro una delle cose più comuni in una gara in cui ti giochi tutto. Mattia gli dice che l’occasione tornerà perchè è stata lui a crearla e io sono scioccata dalla verità di quelle parole, dette in un momento in cui nessuno sa cosa dirti e certamente tu non ascolti un cazzo, vorresti soltanto lanciare tutto e andartene. Ma è così, certi arrivi sono carezze e calci, questo sport è un misto di ingiustizia e pietà che neanche tu riesci a capire. Tu corri e basta, sai che qualcosa ti lega qui e lo segui nonostante tutto, sai che non esiste niente altro che è stato a fuoco per così tanto tempo nella tua vita. L’azione, lo scatto, l’adrenalina.
Lui si alza, la tempesta passerà.
Dietro la schiena ha due numeri tredici, perfettamente diritti.

La tredicesima lamina dei Tarocchi non ha nome, è identificata solo con il numero XIII, tanto da venire anche chiamata L’Arcano senza nome. Se esce al dritto, rappresenta la necessità di distruggere ciò che non serve più al proprio percorso, in modo da lasciare il campo aperto al rinnovamento e all’evoluzione.