Gli immobili specchi delle risaie si allargano a perdita d’occhio lungo l’orizzonte piatto, per chilometri e chilometri. Dentro si riflettono gli alberi che crescono sulle filiformi strisce di terra tra le acque e poi il cielo, oppresso dal caldo umido e soffocante della pianura. Un posto mistico per le sue leggende e, allo stesso tempo, terribile per chi qua dentro ha massacrato i piedi e l’esistenza, raccogliendo il riso per anni che sembravano secoli. Un paradiso infernale per i velocisti, rettilinei tra la campagna e la città e poi curve strette come se fosse il fantasma di una Red Hook.

Per fortuna ho cancellato l’app del contapassi dal telefono, altrimenti di sicuro oggi sarebbe implosa su sé stessa. Tutte le forze dell’ordine esistenti sul pianeta terra hanno chiuso le vie che portano all’arrivo mentre un tipo corre da un posto di blocco all’altro, dicendo che è venuto apposta dalla Germania per vedere il Giro.
Dopo aver progettato di suonare ad un campanello a caso dei tanti palazzi per chiedere di poter salire su un balcone, un carabiniere – che mi fa ricredere sulla buona fede del genere umano – ha pietà di me e mi suggerisce una scorciatoia.
Ed eccolo lì, Tim Merlier che alza le braccia al cielo dedicando la sua prima vittoria da pro a Wouter Weylandt. Dieci anni fa le cose erano così diverse, eppure certe non sono affatto cambiate. Dicono che tutti si ricordino che cosa stavano facendo durante l’attacco alle Torri Gemelle o altri eventi che hanno cambiato la storia. Io il nove maggio di dieci anni fa ero davanti alla televisione a guardare la corsa e stavo spacchettando una confezione di fragole. E’ strano come i piccoli gesti possano ricordarci di colpo la tristezza oppure lo sconcerto oppure ancora la felicità. Tim abbraccia i suoi compagni, qualcuno ridendo gli ricorda che non si può. Ma loro lo sanno che quando sei felice davvero non puoi controllarti, non è una cosa che puoi fermare o nascondere. La tua luce illumina anche gli altri.
Il suo compagno di squadra gli canta una canzone in italiano e così finisce il giorno. Con le nuvole a strati che coprono il sole, il resto del mondo che torna a casa per cena, pensando che il turno del lunedì farà meno schifo se avranno la foto di Ganna in maglia rosa da far vedere ai colleghi.

Mentre sono in tangenziale, guardo quell’edificio che scorre dal finestrino illuminato dal sole mentre il cielo è quasi nero all’orizzonte. Penso a stamattina, quando in un cortile deserto delle serre di Stupinigi, ho trovato tre scalini che conducevano ad una porta che qualcuno aveva chiuso coi mattoni per sempre. Sento ancora il mio cuore murato vivo dentro a una stanza buia. Sento i suoi battiti quando l’elicottero sorvola la corsa, quando qualcuno attacca, quando il tutto mi ricorda un istante. Faccio finta di non sentirlo, gli dico che deve smettere, che è inutile, che quello squarcio di luce doveva bastare.
Corro, corro più lontano che posso ma lui non si arrende, è sempre più veloce di me.

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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