No, seriamente, è brava la gente che sa organizzarsi su tutto. Io – per non smentirmi – esco dall’appartamento la mattina del Mondiale di ciclismo dimenticando la borraccia dell’acqua e con il quaranta per cento di batteria nel cellulare che tanto lo carico al bar dove non c’è una presa di corrente neanche a pagarla. Ma c’è la sacher nel piatto e metto due bustine di zucchero nel tè. Fuori la città è semideserta, a parte gruppetti di cinesi in improbabili ciabatte con il pelo e calzini, però Innsbruck è bella, di quella bellezza del Nord durante una giornata di primavera, la mattina di una Classica. Il cielo azzurro senza sbavature, le montagne come in un quadro, lei spezzata dal suo fiume come la salita spezza il ciclismo, nel suo cuore ed esattamente a metà, nel silenzio dell’incanto, in modo che il dolore lo senti solo tu. Un circuito crudele disegnato su una fiaba. E’ la vita bastarda ecco cosa, niente altro che lei.

Ma che la Höll sia una salita infernale si sa da un tempo indefinito, che la debbano chiudere anche. Lo sanno tutti a parte noi. E forse è la fame – di vedere tutto, si intende – che ci fa stare piantonate alle transenne del bivio dei sette giri fino alle dodici e un quarto, fino a che mi sento cuocere la testa dal sole, i piedi incollati all’asfalto e una specie di voce interiore che mi dice che devo assolutamente andare sulla salita prima che sia troppo tardi. Mancano quarantacinque minuti al primo passaggio. Beh, a queste cose c’è chi ci crede e chi no ma non è quello il punto: io devo salire adesso. C’è un mondo surreale fuori da quella curva, nessuno riuscirebbe a credere che la strada semideserta che passa tra le case dipinte porti all’ultima salita del Mondiale: l’ultima, porca miseria, quella decisiva. Ci deve essere una fregatura e infatti c’è. Un classico di qui non si passa e la polizei con la quale non ho ancora avuto il piacere di litigare. Ma non è più tempo per queste cose, è il destino che decide cosa devi fare per arrivare a trovare la pace, l’importante è che tu dica sì. Un gruppetto di austriaci apprende dalla custode di una casa una specie di apriti sesamo che non riesco ad interpretare molto bene ma la cosa importante è che una delle ragazze che c’è con loro mi dice: “vieni con noi”.

Un po’ come quando ti fanno entrare a una festa anche se non stai sulla lista, una cosa del genere. E la salita è vuota, un controsenso a pensarci. O forse una cosa normale. Il sole filtra tra i rami del bosco, mette chiazze larghe e dorate sull’asfalto. Sull’asfalto c’è scritto: Pantani, Pantani, Pantani.
Marco vive.
La curva Pantani ai bordi di una esse dove vorresti veramente alzarti sui pedali a sapere di esorcizzare un po’ il dolore. Ma la gente lo sa che non c’è un modo per allontanarlo davvero, neanche aggiungendone altro e altro ancora fino a scoppiare. Mi fermo a parlare con loro. Ciao, ciao. Dicono che probabilmente dopo verrà su la gente di botto, un po’ come quando aprono le porte a quelli che aspettano l’apertura dell’apple store, certo con delle decisive differenze. Non so, in ogni caso penso che sono dentro e dovrebbero buttarmi giù a calci dalla montagna per farmi uscire, oramai.

Continuo a salire, ho fame, mi siedo a bordo strada, il muro è cento metri più avanti. Non c’è nessuno. Mangio un panino vuoto ai semi – non riempirlo fa parte della mia solita organizzazione – e sento l’elicottero lontano, la corsa che passa in un altro mondo, in un’altra dimensione, lontano da qui. Sento il sole e il vento sulla faccia, l’odore del bosco sull’altro lato della strada, la pendenza che sale. Ho la precisa sensazione che gli spiriti abbiano esattamente capito. Come se dopo un giro nella lavatrice di questa stagione avessi davvero bisogno di silenzio, di ascoltare la brutalità della corsa negli zig zag muti, nelle imprecazioni non dette – che tanto il fiato serve ad altro, forse – e in tutto quello che non si sente davvero quando c’è casino.
Una rampa infernale, per una volta nuda.
A chiudere gli occhi questo mi sembra davvero un punto zero, un perfetto ago della bilancia con il vento tra i capelli che mi dice di essere gentile sempre, di non perdere il prezioso tempo a fare cose inutili per una vita così corta. Penso all’attesa della corsa. Una, due, tre, quattro, cinque ore e mai una volta che quell’attesa mi sia sembrata senza senso. Arriva un signore con due bambine, hanno un cane lupo con un occhio azzurro come il ghiaccio, così trasparente da sembrare cieco. Un piccolo globo dal quale l’altra dimensione veglia su di noi, su questo bosco quieto. Il cane si siede a scrutare la valle e poi Innsbruck che luccica là in fondo, nella foschia leggera del primo pomeriggio dell’ultimo giorno di settembre.

Sale una coppia dalla curva là in fondo, lui ha la bandiera italiana, gli dico “Grande Italia” e lui mi risponde “Speriamo”, mi dice che perderebbe volentieri la scommessa fatta ieri sera, in fondo la cena a venti persone la paghi a cuor leggero quando un azzurro compie il miracolo. Dalla rampa scendono altri due, sono loro amici, si chiedono a vicenda come sono saliti e questi rispondono che sono dei montanari, sapevano che un sentiero doveva esserci per forza e alla fine l’hanno trovato. Gli chiedo dove, che c’è la mia amica là sotto al posto di blocco, magari riesce a risalire. E allora quell’altro mi dice di chiamarla che gli spiega lui per filo e per segno, una cosa epica che può succedere solo nel ciclismo, penso. Due sconosciuti che si aiutano come se fossero compaesani. Il che un po’ è vero, perché il tipo si chiama Elvis, abita alle pendici del Mortirolo e di pendenze se ne intende. Poco importa se poi la polizia è ovunque e il sentiero è stato chiuso, a volte queste cose bastano a sapere che i veri miracoli non sono le vittorie ma, in fondo, tutto quello che succede sulle salite benedette dalla corsa. Se non è una religione questa, ditemi voi cos’è allora.

Il sole fa il giro della montagna, scompare dalla strada, sale l’odore d’autunno all’improvviso, arriva una specie di krampus da chissà dove, proprio come se fosse stato sputato fuori dal bosco.
Da qualcuno che parla in tedesco capisco che Gianni Moscon è davanti, che probabilmente tutta l’Italia là fuori sta avendo un orgasmo collettivo. Ed è vero: c’è il boato della gente sulle curve più in basso che accompagna la corsa su per il muro, per quella manciata di chilometri infernali che sono gli ultimi di un Mondiale in cui un azzurro è veramente davanti, insieme a favoriti come Valverde e Dumoulin.

Con i migliori, nel punto peggiore. Qui non basta resistere, non basta nemmeno la rabbia o l’amore o qualsiasi altra cosa per dire alle gambe di rilanciare. Scende l’umido e salgono gli altri, tutti gli altri, a manciate, a gruppetti, da soli, bloccati sulla sella o in piedi sui pedali, a zig zag o diritti per quell’ultima porta che oramai bisogna varcare per forza. Ognuno ha il suo modo di abbreviare la pena, a volte non funziona nemmeno ma cosa vuoi fare, dalla bicicletta non ci scendi di sicuro.
Due italiani dicono a Franco Pellizotti che Gianni è lì davanti, lui li ascolta mentre sale, mentre vede la bandiera italiana che sventola. Gianni non è più lì davanti, lo scopriamo dopo quando un gruppetto si accalca attorno a un ragazzino che ha l’unico telefono che regge la diretta tv.

Forse ci speriamo, che possa recuperare anche quando sappiamo che le gambe sono in croce e basta, anche quando non c’è più speranza perché la salita ha questa aura qui, ti sembra che tutto può succedere, la corte dei miracoli. Passa il fine corsa, il Mondiale l’ha vinto Valverde e tutto il cerchio si chiude in meno di un secondo.
Un altro fiume adesso taglia Innsbruck e la Höll a metà, quello della gente che torna giù in città, si porta le birre semivuote appresso, dorate come quelle abbandonate alla luce del tramonto sui tavolini fuori dalle case, i cartocci aperti, cose sbocconcellate e dimenticate come dopo un rave party, gli avanzi, le bandiere che resteranno disegnate sull’asfalto per chissà quanto.

Il lupo con l’occhio di vetro è scomparso, come se fosse stata una visione, un soffio di vento, uno di quei guardiani in incognito che proteggono il sacro flusso delle cose.
Il fiume è azzurro là sotto, taglia a metà come tutto quello che ci ha spezzato nei punti peggiori. Ma qualcuno ha detto che dalle crepe entra la luce.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

4 risposte a "Occhio del lupo"

    1. Grazie mille Marco, è esattamente quello che vorrei fare…teletrasportare tutti lì con me. Ad ogni gara affiniamo il metodo, alla fine succederà davvero 😀

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