A quelli che non sono tornati a casa.

 

Piccole gocce rotonde di pioggia sull’asfalto, sul legno dei tendoni come in un circo per camminare meglio sopra il fango. E’ un attimo, non piove più, la gente continua a mangiare le salsicce e le patatine che nuotano nel ketchup come se niente fosse. Il cielo è grigio come se dovesse arrivare un uragano, i prati sono verdi come se il sole li avesse folgorati. Sembra di stare lontano da tutto, persino dalla corsa. Come in una bolla anche se dal maxischermo si vede ogni cosa. Come se fossimo in una landa sperduta fuori dal mondo. Soli, in mezzo agli altri. Qualche chilometro più indietro la gente aspetta l’ultimo passaggio sul Cauberg, che non è quello che si vede in televisione, forse viene persino da chiedersi come mai un luogo del genere si sia preso un pezzo di storia. E’ uno strappo nel bosco, vegliato da un cimitero quieto e gli alberi che mettono chiazze di ombre mute sull’asfalto. Per un attimo l’aria porta uno strano odore di incenso, quello che si accende durante le sere d’estate, fuori a guardare le stelle. Ma il cielo ha la spiritualità che hanno solo i cieli del nord, cumuli di nuvole grigie e là in fondo la luce bianca e improvvisa che disegna i contorni di tutto, che rompe di netto l’ombra e il sole. L’Olanda oggi è una pagina strappata via da un romanzo di Jane Austen, come una corsa tra le campagne frustate dal vento e dalla minaccia della tempesta, come sentire l’aria in faccia e sapere che in fondo, nella vita, la libertà è una cosa necessaria.

Non l’ho mai visto un rettilineo così in silenzio prima dell’arrivo. Gli elicotteri, la gente, la musica, lo speaker, le grida. Niente. Il traguardo è lì a trecento metri ma non arriva nessun suono, come se questa parte fosse stata tagliata via, come se qualcuno avesse schiacciato il tasto mute del telecomando, come quel minuto di stamattina, come le croci bianche tutte uguali del memoriale americano sulla collina. C’era un confine di guerra qui, in questa terra che sembra fatta per la pace, per i pomeriggi quieti a cavallo attorno alle stradine deserte e il tè nelle case con le finestre grandi per guardare fuori il cielo che si incendia nel tramonto. Uno non ci crede che la bellezza può essere stata stuprata così.

L’aria nei capelli è quasi fredda adesso. Forse qualcuno nel silenzio parla e noi non sappiamo sentire. Sul maxischermo rivedo la strada prima del traguardo, negli ultimi giorni l’avrò fatta una decina di volte forse. Diritto e poi la rotonda: sono in tre e poi in due. Nessuno dei favoriti o quasi. In silenzio Valgren vince, in silenzio lo guardiamo tutti da lì. E anche dopo, anche quando Kreuziger è piegato sulla bici per lo sforzo e Peter Sagan gli si avvicina per stringergli la mano. Erano ragazzi anche loro, ragazzi così, che forse avrebbero solo voluto stringersi la mano e dire che andava bene, che si poteva tornare tutti a casa e vaffanculo tutto. E invece no, sono rimasti qui per sempre.
Dai pullman gocciola l’acqua delle docce come un rito, alcuni si arrampicano sui muretti con le bandiere, i bambini aspettano con gli occhi spalancati come il giorno del compleanno. Poi si addormentano, sono stanchi.

E’ sera in un attimo. E’ notte ancora prima dell’attimo.
Maastricht è deserta, il fiume è nero come la pece, così calmo che si riflettono tutte le luci delle case come se non esistesse una distinzione tra il mondo di sopra e quello di sotto. Penso al ritmo quieto di questa città, a tutte le cose che avrei voluto fare quando rispondevo solo a me stessa. Passa una bicicletta, nera sotto i lampioni, due ragazzi seduti per terra accarezzano un cane. Mi sembra di dovermi ricordare come si fa a fregarmene di tutto, a dire che va bene così, che torno a casa sentendomi di nuovo libera. Di non seguire l’onda, di rispettare la bellezza, di dire le cose come le penso, di non perdere tempo.
Perché fuori dalle regole è la migliore regola.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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