Guarda, guarda lì…leggi il terzo.”
La luce del primo pomeriggio fa sembrare Stresa una cartolina, con i suoi hotel da film che si affacciano sul lago tranquillo. I pullman sonnecchiano nell’attesa dei corridori ed è un bambino che, gironzolando con il papà, gli fa notare che il terzo nome scritto in bianco su blu nell’elenco dei corridori della IAM Cycling è Sylvain Chavanel. Sylvain non corre oggi ma l’esclamazione di quel bambino è una di quelle voci che ritagli dalla realtà e te le porti via, proprio come un pezzo di giornale che hai letto e vuoi conservare. La dimostrazione che le passioni tenaci crescono come piantine, fin da piccoli. A volte mettono radici profonde sotto terra che noi non vediamo ed esplodono dopo, come un’estate improvvisa.

C’è altro, nel ciclismo. Qualcosa d’altro che non si sa bene che cos’è, che va oltre le biciclette e tutto il resto. E’ nell’aria, specialmente in quella di queste gare qua: familiari, dove i ciclisti sorridono più del solito.
L’aspettazione della volata, dopo un pomeriggio quieto, spiega il perché di molte cose: l’adrenalina, anche quella di chi guarda soltanto e non pedala, la voglia di essere sempre lì, quando le transenne si riempiono di gente e le sirene suonano.

Quando si aspetta tutti assieme che sul rettilineo d’arrivo appaia la sagoma del gruppo. Istanti e il vuoto prima dell’aria che colpisce in faccia, quella delle biciclette che passano in un soffio: un tornado gentile di gambe e di ruote. Simone Ponzi o Christian Delle Stelle? Sono arrivati quasi assieme, Ponzi si è preso la riga bianca per primo con un colpo di reni. Coriandoli che per un attimo vanno dappertutto e l’impeto di quel fiume che rallenta, che lascia spazio a chi arriva dopo, a chi esulta per il suo compagno di squadra che si è preso la volata, a chi è solo stanco di aver tirato per un capitano che non ha avuto fortuna. Ragazzi che tornano ai pullman in bicicletta, si fermano con un amico che è venuto fin lì a vederli, spremono l’acqua delle bottigliette di plastica fino all’ultima goccia. Continuo a dirmi che c’è dell’altro nel ciclismo, qualcosa che si accumula di volta in volta lungo il cammino, come le briciole di Pollicino, dietro le quinte. Dai pullman adesso scivolano via sull’asfalto rivoli di acqua e sapone: i ciclisti si stanno facendo la doccia, gli addetti smontano le transenne, qualcuno cerca le borracce o spera di avere fortuna con i cappellini. Qualcuno aspetta la fine di tutto. Perché a volte si vuole andare a casa solo quando si è davvero sicuri che non c’è proprio più niente da vedere, da assorbire per tenersi un po’ di compagnia fino alla prossima gara.

La gente sciama lentamente, il lago è meno azzurro, più colore dell’ultimo sole. I ciclisti scendono in tuta, tengono un trolley, una ruota, una borraccia, una mela. Dietro gli occhiali scuri nascondono la stanchezza della gara che si sono lasciati alle spalle. Non è l’ultima, sanno che la vita che hanno scelto è come una giostra: si spegne e si accende ed è solo quando è alla massima velocità che muove le persone, gli applausi, l’affetto. Ma, a dirla tutta, io al ciclismo voglio bene anche e forse soprattutto quando la giostra si spegne, quando tutto scivola nella loro quotidianità di zingari su due ruote, oggi qua, domani là.
Verrebbe voglia di seguirli ovunque e ci si sente un po’ come quei bambini che vedono il circo e vorrebbero diventare acrobati, domatori o qualunque altra cosa pur di seguire l’avventura di posti sempre nuovi.

E invece bisogna tornare a casa, prendersi tutti quei ritagli e appiccicarseli sul diario di bordo, mentre Stresa da romanzo si allontana. Mentre la solita malinconia è attenuata dal pensiero di domenica. Altri coriandoli, questa volta a Sanremo, altri vincitori, la stessa sensazione, quella che il ciclismo sia sempre qualche cosa in più di come è scritto nelle cronache, di come è raccontato. Non si può dire fino in fondo, non so se si potrà mai dire davvero: sarebbe come descrivere un brivido. Non ci sono parole, bisogna solo viverlo.

 

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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