Milano Bovisa. Qui la zona industriale non ha perso la sua anima. Le fabbriche vecchie che si prendono gli ultimi raggi del sole bianco, autunnale, nei vetri rotti, mostrano il loro scheletro arrugginito. Contro il cielo del pomeriggio ci sono i tralicci del treno che accompagnano la vista fin quasi a Corso Sempione. Che poi non è proprio un treno ma una via di mezzo: il passante lo chiamano. Un ibrido, un vecchio che ha il corpo da metropolitana e le scarpe sui binari ferroviari. Sguscia sotto le viscere della città e, allo stesso tempo, respira l’aria di chi cammina sui marciapiedi o stende i panni gocciolanti su un piccolo balcone di un palazzo di periferia.
Mezzo e mezzo.
La Red Hook Criterium è un po’ così: una gara dalla doppia anima. O forse dalle troppe anime, tutte brucianti per la strada. L’asfalto, quello duro, sporco, che quando cadi ti gratta via anche le ossa. Nata da lì, dall’underground cittadino. Animali da periferia con la fissa della velocità. Sì, perché la regola principale per correre qui è che la bicicletta deve essere a scatto fisso, senza freni. Una pista senza parquet tra curve, fabbriche e palazzi, dove bisogna solo pedalare, pedalare come matti e non aver paura. Ed è questa l’essenza del viaggio. C’è solo la velocità che fa da guida e maestra perché queste bici l’asfalto se lo mangiano, lo si sente dal rumore che fanno quando passano. Sono libere e il godimento nello spingere i pedali è puro, senza regole. “Questa voglia di superarsi e di spingere” cantano I Ministri, ragazzi di qua, milanesi nelle viscere. Queste schitarrate delle due ruote sulla strada sono rock alternativo. Generazione che di notte pedala sotto le luci giallastre dei lampioni tutti in fila. Che suda all’aperto, nel freddo delle sere tutte uguali.
Questa, questa qui è adrenalina. Si può toccare.

Red Hook 031

Mentre, piano piano, si fa sera, le biciclette continuano a girare per le qualifiche. Imperterrite. Quasi infinite, nei loro giri per arrivare in finale. Come un flipper dove importa che la pallina resti in circolo. E attorno si accendono fuochi dove cuocere grossi spiedini di carne e salsicce, si sente odore forte, insistente, di canne e di birra. I ragazzi cominciano a coprire i loro corpi tatuati con le giacche a vento e i dilatatori alle orecchie luccicano surreali sotto le luci della strada: poche ma buone.

Le biciclette degli spettatori o di chi dovrà correre sono ovunque: appese alle griglie, appoggiate alle transenne, accatastate una sull’altra, come vestiti. Uno dell’organizzazione, fixed bianca e giubbotto catarifrangente aperto sulla t-shirt, passa sul marciapiede opposto. Grida a qualcuno:
Acqua?
Sì, grazie!” risponde un altro giubbotto catarifrangente.
Dimmi quando passano.
Un cenno, un passaggio. E poi la bottiglietta che vola dall’altra parte. Il ragazzo sulla fixed se ne va, il buio si inghiotte il suo zaino argento, riserva acquifera.
Sono lontane le luci del passante, luccicano sullo sfondo di tralicci scuri, in un cielo che è quasi scuro e raccoglie le ultime cornacchie che vanno a dormire chissà dove.  Nei viali deserti, nelle città vuote
Silenzio. Prima del botto, del fiume umano e di ruote nella notte.
Odore di brace, di fumo che si mischia a quello carnoso delle pizze al trancio, dei panini con la salamella.
“E chilometri e chilometri di balconi affacciati sui binari e sugli svincoli.”
La città ha un cuore pulsante che si risveglia con l’oscurità, i fixie addicted si aggrappano alle transenne, dondolano appena le campane di metallo che tengono tra le dita intorpidite dall’umido e dal freddo, le macchine accendono i fari per illuminare la strada.

Pronti, via. Solo il viaggio. Milano ha nuovi passeggeri stanotte per la sua scorza dura, per la sua pelle grigia. Fiumi di adrenalina e di gente piegata sulla bicicletta. La stessa direzione, le stesse curve, la stessa voglia di andare veloce, più della velocità. Correre. Correre su questo circuito senza limiti deve essere la magia, quella cosa che inghiotte tutto, che fa sentire l’asfalto sotto le ruote come il sangue nelle vene.
Attorno il rave è cominciato: le campane, le urla, le macchine fotografiche.
Una caduta. E subito qualcuno accorre, sposta le biciclette dalla strada. Viene urtato. Rialzarsi sempre.
“Non chiediamo altro al mondo di distruggerci e poi salvarci.”
Non è questa la salvezza? Andare incontro a un viaggio che non prevede soste, che ha bisogno solo dell’istinto e delle gambe. Cadere, sentire l’asfalto ruvido e non pensarci: distruggerci e poi salvarci. Correre senza freni: la vita imbrigliata di oggi non lo permette.
Two laps to go.
Non importa. E’ una voce gracchiante nella sera scura.
One lap to go.
Un giro, l’ultimo. Eppure il motore è al massimo, il cuore pompa troppo forte adesso. Il vincitore è sempre uno. Ma stanotte la gente ha avuto quello che voleva. Vivere è sentirsi vivi. E i fixed lovers lo sanno, anche adesso che non sentono più l’aria tagliargli la faccia e la bicicletta sbarellare. Anche adesso che festeggiano sotto le luci della Bovisa.

Vivere è sentirsi vivi. Qui, stanotte, su questo asfalto che ha conosciuto la follia delle ruote. Qui, dove il passante guarda storpio i figli della strada. Qui dove tutto quello che conta è spingere. Spingere forte, senza freni.

cicl

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

7 replies on “RHC 2013. Vivere è sentirsi vivi.

  1. son passato dall’essere divertito al commosso nel giro di un articolo. Grazie mille! ogni anno il livello si alza di due scalini, ma per il quarto di fila son ancora in finale, proprio per sentire quell’adrenalina nelle vene al posto del sangue. grazie!!

  2. Dentro un film già vissuto. Così mi sono sentito parte di esso, leggendo questo pensiero.

    Miriam, leggere questo resoconto pulsante di vita, tante sensazioni si sovrappongono ad un vissuto ormai da tanto tempo trascorso.
    Che gioia rivedere quelle sequenze.
    Chi ha corso e anche tempo addietro, conosce le sensazioni dello scatto fisso… C’è una forma di godimento nel mulinare le gambe, sentire che il fiato cresce e per l’inerzia si va quasi senza sforzo. È un’assuefazione.
    È un incantesimo la velocità, per il ritmo paragonabile al pedalare con le ruote lenticolari: una forza altra si aggiunge alla tua.

    Nella notte lo spazio si dilata. Quando si correva in circuito cittadino in notturna…il rischio era sempre lì pronto a sbucciarti la pelle, a spezzarti le ossa. Luce, ombra, curve strette, piedi stretti alla gabbietta …tensione continua.

    Rivedere questo entusiasmo, credo si invada altro campo: quando la passione diventa gioiosa follia.

    Ciao cara e grazie di questi fotogrammi di passione.

    1. Grazie a tutti voi…Mi fa piacere che mi seguiate sempre…Anche in queste scorribande ciclistiche alternative!
      Ps: Paolo, grazie per aver condiviso il tuo racconto dall’interno del circuito, l’ho letto con piacere…Postate, condividete: una cosa che mi piace davvero tanto è che questo blog sia diventato un contenitore di emozioni e di esperienze anche grazie a voi che commentate!

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