C’è qualcosa di inafferrabile in quei chilometri di asfalto che stanno tra il gruppo e i fuggitivi. Qualcosa che è fatto di secondi effimeri e di minuti inossidabili. Di tempo, sì ma anche di spazio. Spazio vitale. Come se quei metri guadagnati faticosamente fossero un microcosmo, una piccola riproduzione della nostra vita sempre in corsa.

Questo pensavo, durante la prima tappa della Tre Giorni di De Panne. Marco Haller e Koen Barbè sono partiti quando i chilometri percorsi erano appena cinque. La loro fuga a due è durata fino ai cinquanta dal traguardo. Dopodiché tutto si è rimescolato. Eppure quella strada percorsa insieme li ha fatti sembrare, comunque, due casuali compagni di viaggio. E’ così, no? Non si sceglie con chi andare in fuga, altrimenti sarebbe tutto più facile. Niente simpatie, niente preferenze. Si parte e, se qualcuno sta a ruota, va bene: tacitamente si giunge ad un accordo. Da lì in poi il lavoro è diviso, un po’ di vento a te, un po’ a me. In due, poi, è un discorso a parte: quattro gambe e due teste che, magari, non la pensano alla stessa maniera.

Ed è lì che c’è la vita. Quella vera, che ha addosso lo spirito della sopravvivenza. E’ lì che c’è il viaggio.

Un viaggio strano, improvvisato e affascinante quello di Haller e Barbè: il primo, giovane, appassionato, neo professionista e il secondo maturo, con un curriculum fatto di molte stagioni in bicicletta. Eppure è un percorso obbligato: ci sono dentro, devono pedalare. Non hanno le radioline e il vantaggio, a volte, se lo devono immaginare; lo spettro del gruppo che si avvicina è altalenante, a tratti fa paura. Collaborano, si danno cambi, non possono fare altro che contare l’uno sull’altro. Per ora, solo per quei chilometri lì, in balia del vento e dei secondi che scivolano via o si accumulano. Solo per questa occasione, poi ognuno andrà per conto suo.

Ma non tutto va bene per due compagni così diversi. Un viaggio è anche una sfida e la loro, quella di Marco e Koen, è di rimanere uniti. Haller, a sessantanove chilometri dal traguardo, tenta un allungo: non c’è un motivo apparente se non un impeto delle sue gambe giovani e un po’ incoscienti. Barbè lo recupera, si arrabbia, gli grida qualcosa che, forse, rimarrà solo tra loro due. Niente più cambi, questo è l’insegnamento duro che il maestro da all’allievo. La sua personale tirata d’orecchi è il continuo vento in faccia, il guardare la strada che si snoda davanti per molto tempo. Ma il tempo si assottiglia, il solido minuto che avevano guadagnato si sgretola. Basta ammiraglie. Si ritrovano soli, con la consapevolezza che il gruppo sta arrivando. Non è ancora ora di mollare e Koen torna ad avere fiducia nel suo compagno di viaggio: nel ciclismo, a volte, non serve una stretta di mano per fare pace. Basta un gesto, un movimento impercettibile con la mano, con la testa. Basta un cambio, una decisione. Insieme, riguadagnano il minuto. Quattro gambe e due teste che hanno un solo obiettivo: restare a galla, in quel mare d’asfalto.

Arrivano a passare per primi, durante il primo giro del circuito, la linea d’arrivo: il vero traguardo è ancora lontano ma forse loro non ci pensano. Pensano alla strada, a quello che di immediato bisogna affrontare. Koen sa come prenderla di petto, conosce il percorso e anche le piccole furbizie: a una rotonda indica al suo compagno di prenderla a destra. Ma Haller non ascolta. E’ un ragazzo: tutti i ragazzi sono allergici ai consigli. Vogliono provare da soli, dire “ho sbagliato” oppure “avevo ragione”, ma farlo da soli, con le loro gambe. E Koen è costretto ad aspettarlo perché prendere la rotonda di sinistra ha penalizzato Marco di qualche metro. Paziente, non dice nulla.

L’allievo, il maestro, la saggezza, la spensieratezza, la fuga, il gruppo, i minuti, i secondi: un viaggio che, per loro finisce presto. Quando mancano cinquanta chilometri all’arrivo, un gruppetto li raggiunge: non sono più soli. Niente smancerie, niente pacche sulle spalle. Tutto si è rimescolato e loro sono parte del tutto. Ne succederanno di cose, da lì all’arrivo e forse Haller e Barbè non si parleranno più, per molto tempo. Succede, a volte, che i viaggi vengano chiusi nei cassetti della memoria, in brutti scatoloni per i ripostigli, assieme alle cose che guarderemo ogni cinque o sei anni. Ma non per il ciclismo: i suoi viaggi corrono sulle strade, lasciano qualche cosa dovunque. Forse sono silenziosi, pieni di gesti, avari di lunghi discorsi. Ma questo non conta: mentre le parole hanno sempre un disperato bisogno di emozioni, le emozioni non hanno mai urgenza di parole.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 replies on “Quelle “fughe a due” che sono un po’ come un viaggio.

  1. Finalmente qualcuno che non si limita a parlare solo dei risultati che ottiene un atleta o a fare apprezzamenti o critiche nei suoi riguardi, ma a descrivere ciò che il corridore pensa durante la corsa nel suo profondo, le sue incertezze, i suoi timori, le sue speranze e i suoi sogni.
    Il giornalista sportivo dev’essere così: un poeta.

    1. Grazie di cuore…Gli apprezzamenti e le critiche in base ai risultati sono sempre molto facili, specialmente quando non ci si mette un po’ nei panni dei ragazzi che la corsa non la fanno solo negli ultimi chilometri…E’ un viaggio lungo e faticoso, appunto e…che non finisce con una corsa ma continua, continua..Non si ferma mai.

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