“Ascolta il tuo cuore perché nessuno ti sarà più fedele di lui”

C’è qualcosa di irrazionale nelle fughe da lontano. Quelle che partono subito, ai primi colpi di pedale e che non hanno nessuna – o quasi – speranza di successo. C’è qualcosa di insano ad inseguire un traguardo lontano chilometri e chilometri, sapendo che ti riprenderanno prima. Sapendo che le tue energie non avranno applausi, che rimarranno in balia della strada percorsa. Perse nel vento di una fuga senza porto. Eppure succede, nel ciclismo e nella vita, che si affronta il mare di asfalto non sapendo se, quando arriveremo a destinazione, quel traguardo sarà nostro o ce lo avranno usurpato altri. Succede che, a volte, l’irrazionalità e il coraggio guidano più delle gambe e della testa.

Blel Kadri ha cominciato la sua fuga poco dopo la partenza assieme ad altri quattro corridori. Una fuga come le altre, con i suoi picchi di vantaggio e con il solito destino prescritto, quello di sfaldarsi appena la gara sarebbe entrata nel vivo. Quando Kadri attacca sulla salita di Rocca di Papa si tiene incollato alla ruota un tenace Manuel Cardoso e dietro un gruppetto si stacca per andare a riprenderli: i due in testa sembrano avere i secondi contati perché al loro inseguimento c’è Vincenzo Nibali. Cardoso, sfinito, lascia andare Kadri da solo. Solo, tra i chilometri percorsi e quelli ancora da fare, tra il vuoto che c’è fino al traguardo e il gruppo che lo tiene nel mirino. Solo, con il pensiero che un’occasione così bisogna acciuffarla per forza, a costo di stringere i denti, di imprecare per le gambe di legno. Kadri capisce che andare in fuga è per i sognatori, da sempre. E pensare di portarla a termine in quel modo è da pazzi. Ma, spesso, è così che il mondo chiama quelli che sognano cose impossibili, forse più grandi di loro. Più grandi di quell’omino che, alla fine, è solo un ragazzo in bicicletta.

Kadri ci crede. E non è che sceglie di crederci: non ha altre possibilità. La catena gli salta, le gambe sono stremate, ma non si può buttare la fatica in quel modo, facendosi riprendere dal gruppo. No, non si può: è un peccato che non si perdonerebbe mai. Allora, sorretto da qualcosa che sembra coraggio ma, dall’espressione, dalla tensione del volto assomiglia di più alla forza d’inerzia, continua la sua fuga, in balia tra il nulla e il tutto, aggrappato al filo delle sue forze che, sull’ultimo strappo, sembrano non esserci più. E allora sì che Kadri vorrebbe un altro paio di gambe, forse vorrebbe aggrapparsi con le unghie e con i denti all’asfalto per dirgli di essere più clemente, di avere pietà di un desiderio di vittoria. Invece le tiene attaccate al manubrio, le mani. Aggrappate come a dire alla bicicletta: “Sono ancora qua. Non scendo. Non cedo”. Eppure il vantaggio sembra calare. L’ammiraglia si avvicina e gli dice che lo stanno riprendendo. E mi sembra di tornare con la mente alla leggendaria fuga di Lucillo Lievore: era lui, quel giorno, a dire, in lacrime Mi prendono, mi prendono! a Sergio Zavoli. Kadri non è Lievore. Anche se dall’ammiraglia non gli danno notizie confortanti, anche se le gambe si rifiutano, non smette di pedalare. Sfinito, con la lingua fuori, affronta l’ultimo tratto in pavè: gli avambracci tremano paurosamente sotto le scosse dei sassi irregolari. Tutto è amplificato dalla stanchezza, dai chilometri nelle gambe. E ogni sollecitazione su quel corpo snervato ricorda che cos’è il ciclismo, che cos’è per il corpo umano, che cosa sopporta la carne per un amore dell’anima.

Blel Kadri arriva alle porte di Roma che è un involucro di fatica e di sudore. Ma la vittoria è sua e, ai piedi del Colosseo, ha la forza di alzare le braccia, sorridere ed applaudire. Applaudire a sé stesso per averci creduto. Per non aver dato ascolto alle gambe, alla testa. Per aver sentito, tra il rumore della catena sfinita e del respiro affannoso, solo il consiglio del cuore. Succede, a volte, nella vita e nel ciclismo, che le fughe travagliate e senza porto trovino, alla fine del viaggio, un posto sicuro dove lasciare l’ancora senza aver paura delle tempeste.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

3 replies on “Né gambe, né testa. Solo cuore.

  1. Per vincere come Kadri non basta la forza nè il coraggio, bisogna essere anche un po’ artisti. Pittori. Si, i ciclisti sono pittori che hanno come tela l’asfalto, come pennello la bicicletta e come vernice il loro sudore. Il tutto per dipingere la vittoria.

    1. Hai ragione…Sono convinta che i ciclisti siano anche un po’ artisti. Persino la figura del ciclista in sella alla sua bicicletta ricorda un’opera d’arte. Viva, in movimento; carnale e di anima insieme..

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