Chissà quanti bambini milanesi, negli anni 30, passando in una traversa di Corso Como, allargavano le narici e socchiudevano gli occhi, ingolositi dal profumo di cioccolato che la fabbrica di “cioccolato, cacao, caramelle, confetture e affini” di Luigi Zaini lasciava nell’aria. Una specie di Willy Wonka italiano che, in quegli anni, fu così lungimirante da pensare che i dolciumi potessero essere personali: “tutti gli esseri umani” diceva “sono differenti. E allora perché non creare tanti cioccolati e caramelle, diversi per ciascuno di loro?

Tra le tante invenzioni di Zaini, come la tavoletta di cioccolato fondente Emilia, dedicata alla preziosa cuoca di famiglia, nascono anche i cioccolatini “Foto Sport”,
veri e propri rudimentali antenati, si può dire oggi, delle leggendarie figurine Panini. Queste originali praline contengono, nel loro incarto, le figurine degli atleti più importanti del momento. L’idea è geniale e la mania dello scambiare le figurine trovate nei cioccolatini invade tutta Italia: assieme alla golosità di gustare un dolce si unisce l’ansia di trovare, all’interno della confezione, la figurina tanto agognata, l’introvabile. E, tra gli incarti, tra un Monzeglio e un Muzzioli, capita un Olmo, con la scriminatura di lato e il sorriso da ragazzino. Sotto il suo nome, breve, secco e melodico allo stesso tempo, c’è scritto: “ciclismo”. Un Olmo, campione italiano che, quasi sotto silenzio, si tenne per un anno il suo record dell’ora, conquistato in un velodromo semivuoto. O anche un Battesini, passistone d’acciaio che correva nell’epoca in cui i palmer si portavano ancora addosso, avvolti attorno al corpo, come fosse una seconda pelle. Figurine. Figurine che sono state toccate da tante piccole dita, scambiate, conservate in un cassetto, che hanno forse ancora addosso quel vago odore che resta negli incarti del cioccolato: odore dolciastro che c’entra poco con quegli uomini abituati a fare fatica, a farne tanta, in sella ai loro destrieri a pedali che non conoscevano ancora le leggerezze dei telai di oggi. Figurine. Che forse hanno fatto dire a più di un bambino: “Voglio fare il ciclista”. Sì, il ciclista. E’ dura, ci vuole coraggio per dire così davanti a una piccola immagine che sa ancora di cioccolato. Ci vuole coraggio per rinunciare alla bella scriminatura di lato e mettersi su una bicicletta in balia del vento, pronti a diventare una maschera di fatica e di sudore. Eppure chissà quanti bambini hanno sognato di diventare un Olmo o un Battesini, dopo aver scartato un cioccolatino Foto Sport. Chissà quanti hanno strillato per le strade, con le guance rosse e gli occhi lucidi, i nomi dei loro figurini, mentre passava un Giro d’Italia o una Milano – Torino. Chissà quanti sono rimasti a bocca aperta vedendoli per la prima volta in carne ed ossa, anche solo per pochi secondi, dopo averli tenuti nelle tasche, assieme a tutte quelle cose che, per un bambino, sono importanti.

Penso al ciclismo di adesso. Così martoriato, così logorato dalle critiche e dalle accuse che, spesso, vengono addirittura dal suo interno, da quella che dovrebbe essere una famiglia unita, affettuosa. Eppure mai solo. Mai senza gli applausi, le grida, le delusioni e le vittorie. Mai senza l’anima. Perché non hanno capito, quelli che gliela vogliono rubare, quelli che vogliono stracciarla, sfinirla, sbatterla in prima pagina, non hanno capito che la vera anima del ciclismo, la sua interiorità, è semplice, come uno di quei bambini che scartavano felici il cioccolatino Zaini. Semplice. E la semplicità è assai più difficile da afferrare rispetto a tutte le altre cose di cui si occupa il mondo.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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