La prima volta che siamo stati qui, i passaggi a livello nel nulla, i canneti alti in mezzo alla campagna, il biancospino in mezzo al grigio brullo delle colline che ancora non si spogliano dall’inverno. La prima volta neanche ci siamo guardati ma tutto è cambiato, come se dopo secoli, quell’istante doveva accadere.
Stamattina il ciclismo mi sembra una via crucis alla quattordicesima stazione, il sangue ci cola negli occhi e non riusciamo a vedere niente, nemmeno che ci è stata promessa la resurrezione. Le vie sperdute che portano ai casali in mezz’ombra mi fanno desiderare centomila colazioni con vista che ci ripaghino di tutte le mattine in cui abbiamo desiderato essere altrove. Correre – paradossalmente – sembra una passeggiata, sopportare il limite non è niente se sei abituato a rinunciare al resto.
Il freddo umido si insinua nelle ossa, in concomitanza dei portoni dei palazzi aperti dai quale esce l’odore di ombra degli antichi androni di pietra. San Gimignano non è più nel sole da un pezzo mentre la corsa entra nel tratto di sterrato prima dell’arrivo. Il filo si riavvolge di nuovo nell’attacco, come se fossimo ancora i funamboli di prima, sul filo di tutto, senza crollare mai, con la fortuna dalla nostra parte, quando bisognava accorgersi che l’invisibile contava più del visibile. Comincia a piovere, gocce sottili e insistenti, mentre di nuovo sotto ai cornicioni resta asciutto. Perché siamo ancora a questo punto, se crediamo ai miracoli?
Quando passano i tre folli che sono riusciti a staccare il gruppo su meno di una rampa di garage, la gente sembra quasi paralizzata dal rispetto. Gridano sì, ma gridano poco. Quieti come quelli che entrano in chiesa e mettono la modalità aereo sul cellulare, quando sanno che si deve guardare alle reliquie in silenzio. La volata a tre è quello che volevamo vedere, i dadi che vengono lanciati, le carte dal mazzo. Tutto torna in una dimensione umana – di gloria o devastazione non importa – l’imprevedibile lotta fino all’ultimo metro, l’inseguimento di quello che amiamo fino all’ultimo respiro, fino all’ultima goccia di adrenalina in corpo. Fino in fondo, tutto giocato in un istante.


Quando torno a casa, vado a una cena in cui tutti parlano di moto, meno il signore di fianco a me che mi dice del ciclismo – malato fino al midollo come siamo noi. Nei suoi occhi vedo un fulmineo, bonario, messaggio nella sera nebbiosa: credi.
Certe cose sono impossibili da spiegare persino dai più scettici. Sono quelle per cui dobbiamo dare tutto. Sono quelle per cui siamo il tutto.
Interi, completi, finiti, perfetti.
La Tilma di Guadalupe è considerata uno degli oggetti più miracolosi al mondo che mette in crisi anche gli scettici più duri. L’immagine non si comporta come un dipinto, termografie e analisi infatti riferiscono una temperatura costante di questa figura: 36.6 gradi, come quella di un corpo umano.