Mi piace questa autostrada anche se è uno tetris con i camion e i cambi di corsia. La amo perchè a fianco corre il mare e dai viadotti si vedono le mimose gialle come una pennellata densa, carnosa materia che ondeggia al vento. Poi lo sai che, ovunque tu stia andando, puoi uscire ad un casello qualunque, arrivare in spiaggia, prendere la focaccia, guardare le onde spumeggiare senza sosta.
Mi piace questo ponte tra Italia e Francia che corre per chilometri fra i vivai e le serre, tra le agavi e le antiche chiese arroccate sulle rocce e che – ammettiamolo – ha il nome più bello di tutte le intricate strade dell’intero Paese. Amo questa corsa perchè è lo specchio dentro al quale ho sempre guardato me stessa – a che punto ero arrivata o dove non ero arrivata affatto.
Adesso che sento di nuovo quella latente paura di perdere, non so fare altro che rifugiarmi ancora in un punto dove l’estate esiste sempre. In questa specie di angolo di luce che il ciclismo ci ha creato dentro per la nostra propria redenzione, per occuparci l’esistenza nel tentativo instancabile di riprodurre il miracolo di una fioritura fuori stagione.

Oltre lo scollinamento di Colla Micheri c’è un giardino dal quale viene il profumo della macchia mediterranea imbevuta di sole. Non penso a niente se non al mare in un pomeriggio dopo aver nuotato.
Rilanciare.
Non un attacco in salita, non un corpo piegato dallo sforzo. Non una singola fatica senza essere ripagati da una sconcertante bellezza.
Aumentare la posta, ecco cosa stiamo cercando.
Centosettanta chilometri di fuga rilanciando l’azione ad ogni giro di curva, Louis Vervaeke è imperterrito come una statua nel suo tentativo piuttosto folle e pienamente poetico a modo suo. Il rettilineo ha in mente un altro finale ma a volte il ciclismo non dà nessuna lezione con i vincitori lisci e perfetti. Insegna a noi mortali che tentare è imperfetto, tentare è tutto quello che abbiamo da fare, adesso e poi ancora.
Noi troveremo un modo.


Nel cuore delle vallate c’è una nebbiolina dorata che sembra quella dei sogni mentre le automobili sono ferme nel traffico sopra i dirupi.
Evocheremo i colori di quel paesaggio ameno in cui siamo stati, chiudendo gli occhi.
Dipingerò tutta la luce dei fiori che riuscirò a ricordare.
Nato a Bucarest nel 1868 il pittore Ștefan Luchian è conosciuto come “il poeta dei fiori”. Per gran parte della sua esistenza è stato paralizzato dalla malattia ma, fissando nella sua memoria i brillanti colori del paesaggio rumeno, dipinse fiori con maestria e passione, trasformando le opere in un intenso Inno alla vita e infondendo ad esse un’autentica e vibrante luce interiore.