La sagoma del Duomo si delinea azzurrina contro il sole che mette riverberi dorati sull’acqua e disegna le trasparenze del foliage autunnale sul lungolago. Como stamattina è un quadro che guardo sognando di viverci dentro. Ci penso, a come sarebbe bello camminare qui un sabato mattina senza pensare a niente altro al mondo che essere felici. Fare la colazione, salire fino al faro, guardare il tempo dall’alto, sapendo di non doverne tenere conto mai più, consapevoli di aver seminato fiori dietro i nostri passi, come in un perpetuo paradiso sulla terra.
Anche se di nuovo la terra è qui, questo autunno per il quale dobbiamo essere profondamente grati, avanza a grandi passi. Ci ricorda che niente è finito ma tutto deve ancora cominciare davvero.

Sulla Boccola non c’è più un centimetro di asfalto libero: la gente si ammassa come su una metro per Milano alle sette del mattino. Parlano di ogni cosa che gli viene in mente – bici per lo più. Le campanelle mi rimbombano nella testa come se fossi in una bolla, isolata dai tipi che davanti a me dicono che oramai prendersi la gravel è il futuro, isolata dal mondo per intero. Sono altrove. Un altro posto senza coordinate che non sapremmo ritrovare neanche volendo e la nostra testa che riesce a tornare ancora lì per la centomillesima volta. Ho i piloni dell’autostrada davanti come se fossero un tramonto alle Seychelles.
La realtà non riesce a toccarci.
Pogačar attacca, la gente lo sa che cosa significa. I minuti si accumulano, il copione si ripete. Nella bolgia rischio di perdere un piede, le ruote ti passano a fianco e ti sembrano enormi quando sei a filo dell’asfalto. Per una volta, i tifosi salvano Evenepoel da una caduta sicura, si spostano, lo sorreggono per non farlo cadere, dicono scemo a quello che stava saltando in moto e rischiava di centrarlo.

Il ciclismo è magnanimo, adesso sappiamo che non ci stava punendo. Ha un piano per noi, noi che a lui abbiamo dato tutto. Ha un piano anche adesso, che la luce malinconica dell’ultimo giorno sta quietamente spegnendosi nel silenzio, dopo averci dimostrato che ancora siamo vivi e piangiamo e sentiamo fiumi dentro che nessuna cosa del mondo può arginare.
Ragazzini scendono da Città Alta sulle loro biciclette a cento allora.
Prego che il tempo non venga sprecato mai più.

Non c’è il sole rosso e rotondo verso Milano. Lo coprono strisce di nuvole come spettri bianchi dove volano gli aerei verso le loro destinazioni. Adesso abbiamo la consolazione che non è un coltello quello che scavava dentro noi stessi: è la nostra liscia, rotonda levigata pietra che teniamo tra le pieghe della pelle. Quando saremo persi, quando la nostalgia ci prenderà per intero, senza riuscire a respirare, allora la accarezzeremo di nuovo e ci sembrerà di essere ancora lì.
Aspetteremo con più pazienza, ameremo con più intensità.
Le lontre, sotto al braccio, possiedono una piccola tasca naturale dove custodiscono la loro pietra preferita. Alcune arrivano a conservarla per tutta la vita, trasformandola in un vero “tesoro personale”.