Mentre sale la funivia, passano i pini in rassegna silenziosa. Questi posti di confine sono ancora incontaminati e quasi selvaggi, integri nella loro bellezza cristallina. La strada che si inerpica per il Monte Lussari lo chiamano “Il Cammino Celeste” e, come molti sentieri di montagna è un percorso dantesco che attraversa inferno e purgatorio per arrivare a millesettecentometri sul livello del mare, in un luogo pittoresco che sembra uscito da una cartolina.

Qui oggi è territorio degli sloveni che sono venuti per chiedere un miracolo in una tappa che tutti stanno aspettando dal minuto zero, un po’ perché è la più surreale di tutte, un po’ perché è forse la più tremenda, come confermano i ciclisti del primo blocco che arrivano stravolti, senza fiato e senza neanche la forza di riconoscere la gente che gli sta attorno. Lo scenario è straordinario ed apocalittico, lontano dal mondo, lontano da tutto, pieno zeppo di gente che al ciclismo darebbe tutto. Tuttavia, mi sembra assurdo che possa succedere qualcosa, anche se Roglic conosce queste strade da sempre ed è stato l’unico a fare la recon in bicicletta stamattina. Nel 2023 è così raro che le carte vengano rimescolate a questo punto, a meno che il destino voglia farlo, in un modo o nell’altro.

Nel punto più duro, poco prima dello scollinamento verso l’arrivo, la gente combatte l’insolazione con la birra mentre le montagne striate di neve sono abbaglianti nella luce del mezzogiorno. Scalare questo posto da solo deve essere equiparato ad una specie di tortura espiatoria, chilometri in mezzo ai boschi in cui la strada non concede pietà praticamente mai. Ma con questa festa attorno è un’altra cosa, deve essere scientificamente provato che il tifo migliori le prestazioni, di non so che percentuale perchè i calcoli non sono fatti per giornate come queste, dove la corsa alla rosa chiede di dare il tutto e per tutto, di essere composti in salita per guadagnare secondi quando vorresti solo lasciarti piegare dallo sforzo e fregartene del resto.

Mentre il sole si scioglie nella dolcezza del pomeriggio e l’aria si fa più fredda, resto seduta nel marasma delle persone che aspettano le ultime due partenze e di nuovo penso a tutte le vite radunate qui in un punto per un solo e unico motivo. Il mondo è così immenso qui, in un posto che è solito allontanarlo. Surreale è il cronometro che segna i secondi che sta guadagnando Roglic, surreale il fatto che, nel momento del bisogno, un amico di sempre è lì pronto ad aiutarlo. Angeli mandati sulla strada che sono esattamente dove devono essere, né un momento prima, né uno dopo. E ancora, surreale la corsa forsennata alla maglia, il tempo divorato con gli occhi glaciali fermi sull’obiettivo.
La montagna esplode quando si accorgono che Primoz Roglic conquista la maglia rosa, hanno avuto quello che volevano, alla fine, l’impossibile che diventa possibile. Improvvisamente si forma un imbuto di gente ovunque, non si può andare né avanti né indietro, mi immergo e passo tra milioni di gambe, scavalco cose, e penso che questa sia veramente una delle tappe più straordinarie degli ultimi anni. Un Giro storto che dimostra come si può raddrizzare tutto in quaranta minuti, il ciclismo che premia la devozione, l’istinto e la devastazione che ai tifosi piace da impazzire perché nel bene e nel male sono fatti così, dimostrano tutto senza censurare niente, terribilmente eccessivi nel dolore come nell’amore.

Mentre scendo con la funivia c’è un silenzio che si può tagliare con il coltello. Ammutoliti dalla coscienza di aver vissuto un giorno che verrà ricordato per decenni, guardiamo le persone che scendono dal fianco della montagna spaccandosi le rotule. Cosa farebbe la gente per andare a vedere una tappa. Il tipo davanti mi guarda con curiosità mentre mi scendono le lacrime da sotto gli occhiali da sole. Ma non sono l’unica a piangere lì dentro. Certe cose non succedono per caso, gli Spiriti da lassù continuano a vegliare, mandando la tempesta quando serve, portando il sole sui giorni in cui quello che era perduto torna da chi lo ha amato.
Un ragazzino dice: “Passeranno come minimo dieci anni prima che il Giro ritorni qui” ma a nessuno importa adesso.
Il ciclismo lo sa che l’intensità di certi momenti può durare millenni.
…anni fa ho vissuto l’arrivo di Pantani sul Gran Sasso, ero in compagnia del mio migliore Amico, dei nostri Vecchi e del suo Figliolo, a scendere in funivia stesse sensazioni, brava a descriverle così bene e a farcele ricordare.
Bello e Basta !!! grazie.