Fuori è ancora inverno. Sdraiata sul divano, guardo il soffitto dove riverberano fiochi i baluginii dei fuoco. Nelle cuffie ho un audiolibro, il mio nuovo metodo per zittire il cervello e ingoiare parole senza farmi cadere gli occhi dopo dodici ore obbligatoriamente trascorse davanti allo schermo.
Cos’è il tempo, se lo impieghiamo in modo così meschino?
Cos’è la vita se riusciamo a rendercene conto soltanto in attimi sospesi, come quelli di un sospiro?
Improvvisamente mi rendo conto che Dumas ha scritto questo libro più di un secolo fa. Oggi mi fa un’impressione tale il fatto che l’autore sia morto e la sua parola viva, dal farmi uscire dalla narrazione, vagare oltre, pensare a tutte queste lettere dal passato che attraversano i millenni, i mondi, le stelle e lo spazio, per raccontarci una storia.
La storia.
Che cos’è il tempo, se può far sopravvivere l’intensità?
Se lo spettro della talentuosa Emily Bronte potesse parlare, probabilmente non si scandalizzerebbe di come Heatcliff e Cathy siano sopravvissuti ai secoli. In qualunque modo uno scrittore voglia scrivere, sa bene che, appena terminata l’ultima riga, sarà il lettore a sceglierne il significato. Per noi tutti è così: scriviamo lettere d’amore, le consegniamo al vento, sperando che qualcuno le legga, tuttavia le affidiamo a ogni persona che là fuori abbia bisogno di una determinata parola, un segno, come quello che stiamo cercando da quando siamo venuti al mondo.
Il ciclismo adesso è il quattordicesimo fiore di Bach. Heather. L’erica della brughiera selvaggia percossa dai venti, resistente nella consapevolezza di appartenere in modo indissolubile. Viola nei prati costellati da pecore, come in un giorno di agosto, verso Balmoral, nell’anno del Mondiale di Glasgow. Qua e là, case nel nulla, rudi e quieti avamposti affacciati sul fascino crudo e inspiegabile delle Highlands. Ci abbiamo provato sempre: a lasciare perdere, a cambiare strada, ma ancora la brughiera era lì, ad ogni curva, a chiamarci come se fossimo nati esattamente per ritrovarci in questo secolo, per riconoscere ogni singolo dettaglio come se fosse un nostro arto o un organo pulsante altrove.
Torno al presente, ho perso forse un quarto d’ora di lettura ma lascio che il narratore vada avanti. Il soffitto è ancora riverberante di arancio come la luce fioca di un tramonto.
Non è questo il tempo di pensare alla tempesta che ci ha sferzati o al vento che ci ha piegato, adesso è il momento di cogliere i fiori da mettere alla finestra di una stanza tutta per noi, piccolo avamposto nella brughiera là fuori.
Da lì berranno la luce del sole di giorno. E la nostra, di notte.
Per sempre.