I soffici pennacchi color crema delle pampas fanno capolino da uno dei giardini terrazzati. Affondo i denti in una piadina che gocciola ovunque mentre guardo l’orizzonte azzurrino dove galleggia la catena del Monte Rosa innevata. Ci sono dei ricordi nella nostra vita che sembrano marchiati a fuoco, istanti che ti perseguitano come delle visioni. Rivedo la stessa identica scena: io a otto anni mentre divoro un panino per i fatti miei dopo aver affrontato la salita di Sirtori con la bicicletta e intanto la corsa che passa lassù, sulla strada principale. La Coppa Agostoni che sfila a pochi metri da me e io ignara di tutto, pensando solo a quanto cazzo mi fossi meritata quel panino, senza sapere che non era ancora il momento che le due tangenti – la mia e del ciclismo – si toccassero. Quel giorno siamo andati lui da una parte e io dall’altra, nessuna scintilla, nessuna poetica dichiarazione d’amore. Esistono dei tempi precisi per il destino.

Sulla salita si mescola la gente in bicicletta ai tipi con il maglione blu e la camicia evasi da chissà quale ufficio. Tutti fanno grandi discorsi sul pacco pignoni mentre le statue degli animali del bosco li guardano curiosi con i loro occhi di legno. Probabilmente non sono abituati a tutto questo, stanno solo aspettando pazientemente che torni a scendere il silenzio della sera autunnale per parlare tra di loro di quanto sono assurdi gli uomini. Che non sono capaci di sentire davvero quello che il vento ha da dirgli, che non sono capaci di sentire la paura o la felicità a chilometri di distanza, che non sanno vedere al buio.

Ma se potessi sussurrare qualcosa alle orecchie della volpe, le direi che questo tipo di sport è ancora più assurdo di loro. Eppure è proprio così che riescono ad uscire dalla loro forma umana e trascendere sé stessi, paradossalmente la fatica li deforma e li purifica, il dolore li rende sensibili alle voci dell’istinto, ancora più vicini a quello che c’è oltre la realtà. Ma la volpe è girata verso il bosco, non può vedere gli scatti dell’ultimo giro, i corpi proiettati in avanti sull’ultimo strappo, gli avambracci tesi, forse può solo sentire che questa è la sola cosa che mi ha tenuto ancora aggrappata qui. Non la vittoria, non il successo, non il trionfo ma l’azione. Istintiva, irrazionale, persino anche contro i propri interessi. Quando le due tangenti si sono toccate, l’hanno sicuramente fatto nel momento di un attacco.

Inspiegabilmente voglio solo tornare a casa e bere un tè con i biscotti. Mentre scendo, guardo le ville nascoste dalle siepi e dai muri bianchi, di tanto in tanto si vede uno scorcio di giardino, un castagno o un olivo. Di nuovo penso a cosa sarei adesso se il ciclismo avesse continuato a passare più in là, appena più in là della mia esistenza. Non ho risposte. E’ ottobre, certi giorni la luce del pomeriggio può diventare un incendio e i beatnik tornano a casa, riscrivono gli appunti dei loro vagabondaggi, passano le serate a bere vino e guardare la falce di luna bianca nel cielo autunnale con la solita malinconia di aver lasciato il proprio tesoro altrove – al di là dell’orizzonte. Ma con la certezza di aver amato ed onorato la vita, in ogni caso.

L’autore americano Jack Kerouac scriveva nel suo più famoso romanzo “On the Road”: “I was going home in October. Everybody goes home in October”. Per Kerouac, questo non era solo il mese durante il quale i ragazzi beat tornavano a casa dopo gli infiniti viaggi in autostop e sui treni merci ma era un autentico periodo mistico. Per alcuni non è un caso che abbia lasciato questa terra proprio il 21 ottobre del 1969. 

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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