La coda interminabile di macchine scende fino a valle mentre la luce della sera tinge di rosa le montagne là in fondo. Fermi. Dal finestrino entra l’aria fredda e argentea insieme alla musica a tutto volume di qualcuno che onora il sabato sera. Anche quassù, lontano chilometri da un posto dove si possa prendere un aperitivo, lontano milioni di anni luce da un posto dove si possa fare festa.
Ripenso a poco prima, quando andando verso la funivia per scendere dall’Alpe Motta, mi sono girata e, per un istante, ho visto un barlume di luce sulla cima della montagna. Un istante soltanto e poi tutto è tornato grigio. Forse erano fatte così le catene di un sogno, mi chiedo se fossero proprio quelle, se le cose continuino ad avere un senso anche quando lo ignoriamo.


Sono le dieci e mezza quando vedo le luci del City Life di Milano e mi illudo che siano ancora le cinque, che questa giornata sia ancora fatta di ore, ore, ore. L’insalata della cena d’asporto ha l’aspetto di quattro foglie raccolte dietro casa, senza nemmeno il condimento. Non ha sapore. E’ strano stare in hotel quando sei a pochi chilometri da casa. Mi addormento con il clangore del tram che bussa alla notte come il rintocco di una campana.

La mattina Milano ha la faccia pulita dei suoi giorni migliori. Basta guardare lo scorcio del Duomo da via dei Mercanti per capire come l’ultima tappa del Giro e questa città siano come le fragole con la panna, l’avocado sul pane, la mozzarella e il pomodoro: perfetti insieme.
I piccioni volano sopra la piazza deserta mentre la gente si accalca sulle ultime due curve a gomito; gli alti portici verso San Babila fanno entrare rettangoli di sole sulle pavimentazioni antiche mentre i tifosi scrivono “Bernal” sui cartelli, ballano la samba e qualcuno bestemmia. Perché ai milanesi dà fastidio quando gli rovini i piani della domenica. Ho più che mai la netta sensazione che tutto mi passi sopra senza emozione.

Le bici da crono corrono tra i palazzi, il pomeriggio si avvicina lento, il caldo avvolge gli ultimi secondi del solito infinito viaggio fatto per arrivare fino a qui. Piangono mentre abbracciano la maglia rosa Egan Bernal, lo hanno visto alzarsi presto per uscire ad allenarsi quando nessuno lo avrebbe riconosciuto, lo hanno sentito parlare in italiano per la prima volta e poi mangiare il fritto misto piemontese al loro ristorante preferito. Adesso lo abbracciano come se fossero ancora nella piazzetta del loro paese ma là dietro c’è il Duomo che svetta nel cielo azzurro, lui è ancora quel ragazzino, dopotutto. La gente ama chi vince. Ma solo chi ama sa cosa vuol dire restare al tuo fianco senza dire niente, aspettando solo il momento in cui il suo sguardo si incrocerà con il tuo.

Onde di coriandoli colorati si alzano con il vento della sera, la luce del tramonto dipinge la città di un’altra epoca. Laggiù in fondo c’è la sagoma del Castello Sforzesco a ricordare che questa è pur sempre la città dei miracoli, dove anche i pianeti più lontani sembrano ancora stare nello spazio di uno sguardo.   

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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