La seggiovia sale verso la cima, nel solito silenzio irreale delle seggiovie, con quella sensazione di essere in bilico sul nulla, nel bel mezzo del niente cosmico. Respiri bianchi avvolgono i pini mentre la luce abbacinante della neve e l’aria gelida fa sembrare questo posto il portale per l’inverno di Narnia. L’ultima volta lo Zoncolan era diverso e tutti noi lo eravamo. Le nebbie mangiano la cima come lui è abituato a mangiarsi i corridori: il Kaiser è gelido e distante, le transenne alte dell’ultimo chilometro segnano il qui e poi il mai. Davano pioggia per ventiquattro ore ma là sopra tra le nuvole c’è un’inspiegabile squarcio d’azzurro, una specie di occhio che veglia su di noi dall’altro mondo, continuando a sussurrarci che dobbiamo lasciar scorrere l’istinto in noi come il sangue. Nonostante tutto.

La tempesta gira attorno alla strada che sale qui a tornanti, a strappi, a morsi ma l’inferno respinge ogni cosa, spezza le gambe a tutti. Ma come per ogni male, c’è un bene, per ogni Golia c’è un Davide abbastanza fortunato da colpire il gigante con l’unico potere della sua fionda. Abbastanza coraggioso da potercela fare da solo, a domare la paura con le sue gambe, a soffrire senza far caso alla gente che gli corre a lato ubriaca e pensa che i sogni degli altri valgano dieci birre, pensa che si possa mandare a puttane una vittoria per una spinta, per una cazzata fatta tra amici. E’ questa la fregatura: la gente non lo sa, prende tutto alla leggera.  Ma l’inferno fa questo, trasforma le persone, uccide la magia.

Mentre i corridori con le facce rotte dalla fatica, scendono con i fischietti, di filato verso la valle, le nuvole fanno strani ghirigori nel cielo e io non sento niente, vuoto totale come se fossi seduta su una seggiovia e la corsa mi fosse semplicemente passata sopra. Ma il gigante adesso si è arreso a un ragazzo e tutto è possibile sotto il cielo e anche al di là di esso.

Il cielo è nero prima della sera, le montagne friulane sono sagome grigie avvolte da segnali di fumo e gli alberi crescono indisturbati nei letti dei fiumi che adesso sono solo torrenti di montagna, cristallini e innocui. Non sanno che non bisogna fidarsi, che la stagione prossima verrà il fiume li spazzerà via. Continuano a crescere imperterriti e ancora non so se questa può essere considerata forza o stupidità.   

Posted by:Miriam

Nata in Brianza, nella calda notte del 30 luglio 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013, "La menta e il fiume" nel 2015 e "Come un rock" nel 2019. Mi piacciono i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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