Zoncolan. Ad alcuni questo nome non dice niente o forse poco. Per quelli del ciclismo è il Kaiser, montagna aspra, dalle pendenze cattive. Lo stadio a cielo aperto è sempre lassù, dove i tifosi si radunano come indiani sui canyon per tenere di pista la carovana che passa. E’ lo spettacolo generato dal sudore e dalla fatica, l’immagine da restituire al mondo prima che tutto finisca.
Eppure ci sono altre immagini, altre storie nascoste tra le curve di questa montagna, sulle pendenze che portano in cima. Perché la salita ha il tempo di metabolizzare gli attimi, rallenta i minuti e forse, oltre la fatica, ha anche il potere di ampliare le sensazioni.

Qui, a qualche chilometro dalla fine, la gente non è ancora stipata sui versanti, le urla e la festa sono ancora lontani. Un punto qualsiasi di questa strada lunghissima. Gli arrivi non hanno mai il fascino del viaggio. E forse è per questo che dopo tanto camminare è bello fermarsi qui: la vetta è lontana ma la fatica è ancora più vicina. Si deve stare attenti persino a piedi perché la strada si impenna incredibilmente, bisogna tenere l’equilibrio.
Si aspetta a braccia conserte, gli zaini abbandonati a bordo strada, sul prato. C’è un bambino che aspetta anche lui: sette o otto anni, jeans e maglietta a maniche corte.
Arriva la corsa, i primi corridori e poi gli altri un po’ più staccati, sempre di più. Il bambino comincia a correre su quella strada che sale, sull’asfalto che scivola via verso l’alto e li spinge a uno ad uno. Da solo, con tutte le forze che spera di avere. Quando da una curva sbuca Julian Arredondo, riprende il suo piccolo rito. Corre dietro al ciclista con le sue gambe magre nei jeans un po’ larghi e gli mette la mano sulla sella, lo aiuta per qualche metro, con il visino concentrato di chi vuole davvero alleviare un po’ di fatica, anche solo per un momento. Julian sorride, come tutti quelli che lo osservano a bordo strada. Forse non ci credono che un gesto così abusato, a volte anche pericoloso, sia diventato in quel momento un simbolo della semplicità e dell’innocenza di questo sport. Sì, perché è vero che l’anima è immortale e quella del ciclismo non riusciranno mai ad ucciderla. Il disincanto al quale il mondo ci sottopone non ci toglierà l’essenziale.

E l’essenziale è qui, su questo tratto di strada che porta lassù, dove la gente è infinita come il tifo, come le urla. E’ qui dove Julian sorride e per un po’ lascia da parte il mal di gambe, la fatica che morde. E’ un tifo strano che vale mille grida, è un tifo che non si perde in quei versanti colorati. E’ piccolo ma incredibilmente vero. E’ l’immagine che il ciclismo dovrebbe consegnare al mondo, assieme allo Zoncolan affollato, assieme ai corridori che arrivano stremati ad uno ad uno.

A chi propone transenne lungo tutto il percorso per tenere lontana la gente bisognerebbe mostrare questi istanti. Che cosa sarebbe tutto questo senza il rapporto intimo e festoso tra chi guarda e chi pedala? La strada fa da collante per questo strano amore. Tolto questo sarebbe la fine. Il resto sono solo soldi e manie di protagonismo. Il bambino che aspetta Julian, la maglia azzurra, il re delle montagne e lo spinge, lui che ha solo pochi anni, è lo spirito che vive nel ciclismo e lo fa vivere. Capire la fatica, dare aiuto anche se l’altro non ha il coraggio di chiederlo, alleviare il dolore con una piccola gentilezza, con un gesto sincero nel marasma del nostro niente.

Magari quel bambino non diventerà un ciclista e forse non proverà mai lo Zoncolan in bicicletta, dall’altra parte della barricata. Forse farà l’ingegnere, il meccanico, o l’astronauta. Ma quando sarà grande e ricorderà questo giorno saprà di aver dato una lezione al ciclismo e, allo stesso tempo, di averla imparata. Forse se conservassimo un po’ di innocenza e di semplicità di quando eravamo bambini potremmo riconoscere quell’essenziale che sempre ci sfugge. A volte basta una mano per aiutare qualcuno, basta un sorriso per alleviare un po’ la fatica. Bastano piccoli gesti perché le anime semplici se li fanno bastare. Per anni, a volte anche per sempre.

 

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

12 replies on “Piccola storia di un bambino che voleva spingere tutti.

  1. bellissimo questo raccontare leggero e semplice…..come tutte le cose semplici sono le migliori……tenero il bimbo….sarebbe bello poter sapere cosa pensava lui in quel momento….brava Miriam come sempre

  2. Accidenti; sarà la stanchezza di quest’ora, una passione condivisa almeno in posti come questo, il tuo, ma … accidenti, mi sono commosso. Thanks. p.

  3. Grazie a tutti voi che l’avete letto. Preciso che, essendo sullo Zoncolan senza macchina fotografica, la foto mi è stata passata in esclusiva da un amico fotografo che era presente e che umilmente non ha voluto essere citato.
    Mi ha affidato il compito di raccontare questo istante.

  4. Bello il racconto ma a mio figlio ho insegnato che i ciclisti non si spingono. Amare e rispettare veramente il ciclismo non vuol dire spingere i corridori…basta un sorriso, una parola, un grido, un fragoroso applauso…
    Come si è già visto, anche recentemente, basta anche un solo piccolo errore da parte di un “tifoso” per rovinare la festa al corridore e agli spettatori.

  5. Mi dispiace ma non condivido il post. Amare il ciclismo vuol dire rispettare i corridori lasciando loro lo spazio della gara, incitare, tifare ma non intervenire! Si allenano per questo, non hanno bisogno dell’intralcio di qualcuno, che scivolando potrebbe far cadere il ciclista. Presentare questo comportamento come amore per il ciclismo, solo perché fatto da un bambino, è un messaggio negativo!

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