Sardegna con il suo mare verdeazzurro trasparente, la sua sabbia bianca sotto il sole che arroventa tutto, le pietre, la terra brulla e l’erica, i ginepri scossi dal vento. Isola selvaggia e bellissima, come tutte le cose che sono rimaste intatte nell’anima. Fabio Aru, selvaggio come la sua terra, innamorato delle salite aspre si è preso il titolo di Capitano in questo Giro d’Italia un po’ per colpa del destino, un po’ per merito delle sue gambe. Ha solo lavorato, come è compito di un gregario. Ha lavorato sodo, come è compito di un ciclista che vuole arrivare a un traguardo. Dopo la caduta di Michele Scarponi ha cominciato a scalare posizioni in classifica e le bandiere con le quattro teste di moro sono apparse dovunque. In ogni salita, ad ogni curva c’era qualcuno dei suoi. Una scritta sull’asfalto, un incoraggiamento, uno striscione, un grido. E’ l’orgoglio di un’isola, di gente che attraversa quel mare trasparente per seguirlo sulle montagne, di migranti festosi che arrivano da tutti gli angoli d’Italia perché quel ragazzo lì dalle gambe lunghe e magre, dal sorriso immenso, parla di loro, delle radici. Perché anche se le nostre foglie accarezzano altri venti, le radici prendono la linfa dalla terra in cui siamo nati. Odiarla o amarla non fa differenza. Scorre ugualmente in noi. 

Fabio era primo all’intertempo, oggi, sulla strada per Cima Grappa. I giganti dietro di lui, dietro a uno di quasi ventiquattro anni alla sua prima volta al Giro. La maglia rosa è quasi irraggiungibile ma il podio no. Il podio è sogno che si può toccare perché in salita va su leggero come una cavalletta e quell’ascesa la conosce bene, ci ha vinto una gara da Under. Non deve perdere nemmeno un secondo, si alza sui pedali per guadagnare tutto quello che si può.

E’ lunga e la schiera di gente, di tifosi è interminabile, lo accompagnano con una processione di grida, come se quegli incitamenti fossero una fiaccola da portare in cima. Non si può spegnere. Non si deve. Ad ogni curva rilancia, come se fosse una crono in linea. La strada è aspra e cattiva ma sembra che per lui sia piana, il corpo non sembra piegarsi per la fatica. Tutto è scritto in faccia, nella bocca spalancata, nella testa un po’ piegata, in quell’espressione dello sforzo che sta diventando una cosa sua. Una di quelle cose che i tifosi poi riconoscono subito. Un marchio di fabbrica, un marchio che ti regala il dolore senza che tu lo chieda. Scorrono i minuti, intanto Quintana fa il miglior tempo all’intermedio. Pochi, pochissimi secondi che Aru sembra potersi mangiare in un sol boccone con quelle gambe che pedalano da sole. E’ una battaglia silenziosa, tra loro e il tempo, tra loro due che non si incontrano mai e non possono nemmeno scambiarsi un’occhiata.

C’è l’ultimo chilometro, ultimi metri eterni in salita nei quali bisogna dare tutto. Due ragazzi avvolti dalla bandiera sarda lo inseguono, corrono accanto a lui e gli urlano qualcosa. Qualcosa che è tra loro, tra loro tre. C’è solo la fatica che fa da filtro, che forse non fa arrivare proprio tutto. Ma la strada li unisce sempre: lui sui pedali, loro nelle scarpe da tennis. Una corsa forsennata per dire che sono lì. Le radici, la linfa che porta la vita fino alla testa, fin nelle gambe. Senza fiato, gli ultimi metri sono alla ricerca spasmodica di aria, di più aria possibile. E’ un secondo, l’ultimo sforzo, gli occhi un po’ chiusi, il cronometro che si ferma. E’ il miglior tempo. Sì, è vero, deve ancora arrivare Quintana, quelle cifre sono stabili e vacillanti allo stesso tempo. Ma è il primo, si sta assicurando un posto sul podio, lui che era arrivato quasi in silenzio, che aveva fatto il lavoro sporco per gli altri e adesso continua a farlo per sé stesso. Sorride e si riprende subito dallo sforzo. E’ un atteggiamento che somiglia a quello dei grandi campioni: agile nel superare la soglia della fatica e svelto nel recupero. Ha tempo, adesso. Tempo per gli abbracci, per tenersi stretto un asciugamano al collo a tamponare il sudore. Ha tempo per aspettare l’avversario numero uno, Nairo Quintana che riesce a fare un piazzamento migliore del suo. Sua la tappa e oramai sua la maglia. Ma il sorriso, quel sorriso non se ne va. Fabio Aru non si aspettava niente di tutto questo e quando le cose sono inaspettate le si gode di più, forse si è più felici. Non smette di sorridere perché non è ancora finita, perché domani c’è lo Zoncolan e quella salita fa paura a tutti. Brullo, lo Zoncolan, come la sua terra e selvaggio nelle pendenze. C’è ancora tempo, c’è ancora un arrivo, si può scalare un’altra posizione, scalzare un altro avversario.

Stanotte uno di quei pastori che parla alla luna vegliando il suo gregge di pecore bianche nel buio guarderà il cielo che è sempre lo stesso. Lo stesso colore, lo stesso cielo. E forse si accorgerà che c’è una stella in più, tra quelle che conta di solito. Brilla selvaggia, quella stella, come il vento che piega i mirti nella sera. fabio aru 1

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on “Terra aspra, stella selvaggia.

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