Calciocentrici. Dopo che Genny a’ carogna ha regalato l’ennesima brutta figura sportiva da sbattere in prima pagina su tutti i quotidiani del mondo, gli italiani continuano ad avere la testa nel pallone. Stamattina su un quotidiano sportivo c’era mezzo paginone con Marcel Kittel in calzoncini, abbinato ad un articolo che parlava dei suoi occhi azzurri, del suo sorriso, del sex appeal.
Eppure Marcel è bellissimo anche dopo la volata. Anche dopo quei pochi metri in cui ha dato tutto, cuore e testa. Di una bellezza che solo chi vuol bene al ciclismo può sentire fino in fondo.
Era bellissimo domenica pomeriggio, nell’ultima tappa del Giro d’Italia in Irlanda, sul traguardo di Dublino.
Erano stati chilometri di pioggia senza sosta, acqua dal cielo, acqua dall’asfalto. Era stata una volata straordinaria, quella del giorno prima, a Belfast. Una rimonta quando sembrava spacciato, la maglia rossa improvvisa come un regalo. Aveva rispettato i pronostici ma aveva tenuto tutti sul filo, fino alla fine, tra un  grido e il silenzio. Kittel, ancora lui il favorito per quelle tappe che non conoscono salite e arrivano sul filo dei secondi.
Erano stati chilometri silenziosi. Perché i velocisti di razza pura vivono solamente per quegli istanti che li separano dalla linea bianca. Gli ultimi cinquecento metri sono il loro tutto, il motivo per il quale si bevono tappe snervanti, interminabili.

Quando cominciano a formarsi i treni per la volata i ragazzi della Giant Shimano fanno a gara con quelli della FDJ che proteggono il loro capitano, Nacer Bouhanni. Ma in queste tappe i corridori assomigliano a quei piccoli vetrini dei caleidoscopi: a ogni curva, a ogni metro può cambiare tutto. Tutto va sottosopra. E’ così anche per Marcel che nella rincorsa all’arrivo rimane indietro. Cinquecento metri, poi duecento. Un soffio al traguardo e lui è ancora dietro, chiuso tra le biciclette. E’ davvero l’ultima curva e tutto sembra perduto.

Rock you like an hurricane” cantavano gli Scorpions. Marcel è uno di quelli che la strada la scuote come un uragano. La sua straordinaria potenza è sempre tutta per gli ultimi istanti. Ne basta uno, basta un attimo per alzare le braccia. Non si arrende, non smette di pedalare. La velocità è la sua vita, le sue gambe lo hanno portato ad essere il primo sugli Champs Elysees, squarciando il dominio incontrastato del re Mark Cavendish. Si fida di sé stesso e sfida di nuovo l’aria. Sfida tutti quanti. “Non esiste una curva dove non si possa sorpassare” diceva Ayrton Senna. Marcel sorpassa tutti, come su un circuito di Formula Uno. Non esiste un traguardo perduto. Non fino a che si gioca ancora.
Passa la linea bianca per primo ma non alza le braccia. E’ una vittoria tremenda, sudata fino all’ultimo centimetro di asfalto. Ha dato mezza bicicletta a Ben Swift ma lui non lo sa, non c’è niente su quel traguardo che parli più del suo respiro che scuote il corpo dopo lo sforzo. Forse sente solo quello. L’uragano che ora è dentro di lui.
E’ a terra e le telecamere inquadrano la maglia rossa su quelle spalle possenti. Non alza la testa: la fronte sull’asfalto, la ricerca tremenda di un po’ d’aria per ricominciare a respirare bene, per ricominciare a sentire tutti gli organi dopo il buio di quella volata. Alla fine è così: staccare la spina con tutto il resto, spingere te stesso oltre il limite, oltre tutto quello che sai di essere. Un momento di buio, un religioso istante lontano dal mondo. E poi di nuovo tutto addosso, la vita che scorre ancora, nella testa, nelle vene, nelle gambe. L’uragano che prima aveva rovesciato sulla strada ora è dentro quel corpo e lo frusta come ha frustato la strada.
Le lacrime di Marcel steso a terra a Dublino, dopo aver spinto sé stesso oltre il limite sono l’immagine che il ciclismo dovrebbe fermarsi a guardare per molto tempo, senza staccarne gli occhi. Sono la faccia cruda e sincera di una fatica che spezza il fiato, che chiude i polmoni.

Non importa se oggi, a Bari, la volata che aveva ipotecato non ha potuto disputarla. Il ciclismo è davvero una ruota che gira, un caleidoscopio di tanti vetrini colorati che si scambiano ad ogni curva. Marcel Kittel si è ritirato dal Giro d’Italia per colpa di una brutta febbre ma ha lasciato due volate che mi hanno travolto come un uragano. Alla fine, le emozioni non si contano in giorni. Il tempo non è il giusto parametro per misurare le piccole cose che nel ciclismo fanno bene al cuore. Cento metri valgono come chilometri e un istante spesso ne vale cento.
Danke, Marcel.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

5 replies on ““Rock you like an hurricane”

  1. bell’articolo e condivido l’emozione per il ragazzone, anche se musicalmente io avrei usato “you are like a hurricane” dello zio neil young 😉

    1. Grazie Riky, meno male che qualcuno capisce quello che intendo quando parlo di bellezza nel ciclismo. Ci sono azioni, modi di gestire la corsa, modi di stare in bicicletta che fanno innamorare. Molti favoleggiano o fanno ironia. Ma chi sa davvero cos’è il ciclismo, sa anche il senso di tutto questo. Spesso faccio fatica a far capire questa cosa, anche a chi dice di essere appassionato.

      1. Per quel che vale, io capisco al volo tutto questo. C’è dentro l’essenza del ciclismo e anche di una buona fetta di vita (almeno la mia).

  2. Più volte ho scritto ed in varie occasione, del mio pocco apprezzamento per i velocisti.

    Anzi, forse ammiro di più la preparazione alla “coltellata” che gli altri predispongono alla volata del compagno designato.
    Nei cambiamenti ad alta velocità in quella testa mutevole del gruppo, si capiscono piani, speranze in quella fatiche limite per mantenere il comando e le posizioni, per portare a ruota chi farò gli ultini 50 metri allo spasimo. SI ricorderà chi passa per primo, anche se la vittoria è più di chi lo ha mantenuto in posizione per poi vincere. Pochi velocisti, sono in grado di vincere senza squadra, senza “treni ad alta velocità” che li portano al traguardo.

    Amo lo scalatore. Lo scalatore lascia una traccia nella storia di questo sport. Delle imprese in salita se ne ricorda lungamente le azioni. Entusiasmano, commuovono, sono la sublimazione della fatica.

    Da oggi al Giro, arriva qualche pendeza…aspetto i primi segnali di che sarà poi protagonista.

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