A volte sono le cose invisibili che tengono i fili della nostra vita. Le sensazioni che non si possono dire, gli affetti che abbiamo desiderato, una parola che abbiamo dentro da sempre e non riusciamo a dire: sogni.
Nel ciclismo i sogni volano sempre dove c’è un arrivo. Non importa se la strada che si dovrà percorrere non è piana: i ciclisti sono abituati a pedalare con le loro speranze come ombre, compagne o nemiche a seconda del vento.

A due chilometri dal traguardo sui Pirenei, quando l’acquazzone è oramai nelle sue ossa da chilometri, Daniele Ratto quelle ombre se le sente amiche. Due chilometri sono tanti su certe pendenze cattive, che a ogni curva hanno pronta una nuova frustata, una di quelle che ti spezza le gambe e i nervi. Ma il gruppo è lontano, a quasi dieci minuti di distanza da lì, dove un ragazzo di ventitré anni sale da solo, tra i tifosi imbacuccati nell’impermeabile cerato. E’ il sette settembre e il numero che Daniele ha sulla schiena è il settantasette. Per quelli che al Destino ci credono questo non sembra essere un caso. In realtà, nella nostra vita, ci sono sempre dei numeri speciali, che ci ricordano qualcosa di importante. Una data, un’ora: cifre che hanno addosso quello che siamo stati, che abbiamo dato o ci hanno regalato.

Forse per Daniele è uno di quei giorni. Oggi, il sette settembre, non lo dimenticherà.

Un chilometro. E il tempo è sempre dalla sua parte: in balìa della pioggia, del freddo, dell’asfalto che non finisce mai, di quei metri che si snodano implacabilmente sul fianco della montagna, sa che il suo traguardo è là. Continua a pedalare, continua a stringere i denti perché tutto è lì, su quelle salite che sta affrontando con le sole sue forze. Forze che raschia da un barile quasi vuoto, che odora di fatica ma anche di coraggio. Sarebbe la prima volta, per Daniele. La prima volta da Prof. E anche se la solita frase “La prima volta non si scorda mai” è stupida, banale, abusata, forse qui è quella più adatta. Non si scorderà più le gambe fredde, bagnate, a pezzi. Non si scorderà più le grida dall’ammiraglia e il silenzio di sé stesso, di quella vittoria prima d’istinto e poi meditata, pensata, tra quelle curve che nascondono il viaggio eterno del ciclista con la sua bicicletta.

Ottocento metri. E tutto è ancora lì, il sogno intatto, a poche tremende, faticose, pedalate; il gruppo dietro, troppo indietro per mescolare le carte fradice di questa giornata perfetta. Quell’arrivo è di Daniele, è suo: sorride, con gli occhi lucidi di pioggia e di commozione, mostra la maglietta verde dove c’è scritto Cannondale, la squadra che gli ha dato fiducia. Ce ne vuole tanta di fiducia per i sogni, come per tutte le cose che sentiamo nel profondo ma non possiamo vedere o toccare. Daniele l’ha avuta in sé stesso, nei Pirenei che lo chiamavano come hanno fatto con i grandi, ha ascoltato l’istinto anche quando i chilometri erano troppi e la vittoria era oscurata dalla pioggia torrenziale, dall’asfalto lucido e dal freddo.

Sì, a volte è così. I sogni, anche se da bambini ci piace pensarli così, non si nascondono mai tra il sole e l’arcobaleno. Quelli più veri, quelli più intimi, sono tra le tempeste e le curve impietose; aspettano con pazienza dopo le strade in salita. Perchè, alla fine, i sogni più veri se li merita solo chi ha il coraggio di andarseli a prendere.

 

 

 

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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