Controvento o con il vento. Se penso all’immagine più affascinante del ciclismo non ho dubbi: un crono man sulla sua bicicletta. L’uomo e la macchina fusi assieme in un’immagine che assomiglia a un’opera d’arte. Un’opera che non è mai ferma, che continua a muoversi e non perde perfezione, nemmeno con lo sforzo. Sì, la perfezione per sconfiggere ciò che perfetto lo è da sempre. Il tempo.
Eppure l’umanità, con il sangue che scorre nelle vene più o meno forte a seconda del cuore, con la perfezione c’entra poco. Involucro di carne che troppo spesso i ciclisti sfidano fino all’eccesso,in una gara contro sé stessi.

Oggi, sulle strade di Nizza che accoglieva la terza tappa del Tour de France, nell’integerrimo plotoncino nero del Team Sky, perfezionisti sul filo dei secondi, c’era anche Geraint Thomas: ragazzo di Cardiff, campione olimpico su pista. Ultimo è Geraint, nonostante lui sia uno di quelli da primo posto, nelle cronosquadre. Uno di quelli che il gruppo lo guida e non lo subisce. Uno di quelli che la velocità sa come plasmarla, che sa come ingannare il tempo. Ultimo è Geraint, questa volta. E la sua posizione in bicicletta è imperfetta come l’umanità che resiste, che impreca, che vorrebbe arrendersi, che piange e ha l’orgoglio di non voler far vedere le lacrime.

Geraint Thomas ha cominciato il suo Tour sotto una cattiva stella. Una rovinosa caduta, durante la prima tappa, gli ha regalato un brutto incontro con l’asfalto. Le analisi dicono che ha una microfrattura al bacino. In queste condizioni sarebbe difficile persino camminare, figuriamoci salire su una bicicletta. Eppure il Tour, come tutti i Grandi Giri, ha il potere di annullare tutto il resto e focalizzare solo il sogno. E’ una cosa per eletti, per chi sa consegnare la propria pelle al sacrificio e alla sofferenza senza dire una parola.

Pain, dicono in inglese. Significa dolore. E, in italiano, sembra quasi che ricordi il panico, la sensazione di qualcosa che fa male ma non solo. Toglie il respiro e la forza. Lo sente, il dolore, Geraint: è umano, come tutti noi. Eppure non vuole mollare. Non adesso, non all’inizio di tutto. Non prima di Nizza, della sua cronometro a squadre. Vuole essere lì, con gli altri. Vuole dire, prima di ogni cosa al mondo, che la squadra è come una famiglia, che, prima del dolore, viene la devozione. Devozione al ciclismo, a quella specie di dovere che fa rima con rimanere.
Rimane, Geraint.
Ultimo, sofferente, ma non importa. Dentro, forse, vorrebbe urlare ad ogni pedalata. Fuori è ancora uno del gruppo: un po’ meno bello, un po’ meno aerodinamico. Ma sempre uno di loro. Non si vede il dolore da fuori: è sotto, sotto la tutina che, spietatamente, accompagna tutti i muscoli nelle loro contrazioni come se fosse una seconda pelle.

Sono pochi i chilometri di oggi eppure sembrano un’eternità. Il tempo da battere è quello dell’Omega Pharma Quick Step e sembra che il plotoncino Sky ce la possa fare. Uniti, allo stesso ritmo di pedalate, verso la linea bianca che sembra così lontana, tra i calori che sprigiona l’asfalto. Il cronometro va, inesorabile e le ruote mangiano i metri. Questione di secondi: due, per la precisione. Due soli, incredibili, secondi.
Dove li hanno persi, quei secondi? Forse in una curva, un breve rallentamento. No, non si può nemmeno immaginare. Dove si perde il tempo? Dappertutto.
Qualcuno maledice la linea bianca, forse, che poteva essere qualche metro più indietro. Geraint Thomas, quasi sicuramente, la benedice. Il dolore non si placa con un traguardo.

Nelle gare contro il tempo niente è per sempre. Almeno fino alla fine. I primi posti cambiano, qualcuno che si credeva vincitore si ritrova perdente. Oggi, guardando Geraint sofferente e silenzioso sulla sua bicicletta mi sono venuti gli occhi lucidi. Perché? Forse perché lì c’è un po’ l’immagine di tutti noi. Del dolore che, a volte, dobbiamo tenere dentro. Delle ferite che la delusione ci lascia addosso e che siamo costretti a sopportare da soli. Perché bisogna andare avanti, sempre. C’è un dovere che è un impasto strano di costanza e rassegnazione. Andare avanti e stringere i denti controvento. Pensare, che nonostante tutto, bisogna arrivare al traguardo. A volte non sappiamo nemmeno dov’è e se lo troveremo mai. Ma non importa. Bisogna andare avanti.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

4 replies on “Il dolore e il dovere.

  1. Racconto toccante specie nell’ultima frase! Un modo di vivere da insegnare e che il ciclismo spesso ti insegna!

    Bravo!

  2. Non si può desistere, delle volte siamo condannati a pedalare perchè la nostra fatica serve ad altri. Lo fa il gregario per il capitano, lo fa il genitore nel rispetto del ruolo verso i figli. Pedalando, impastando sudore e dolore, inseguendo speranze che non si lasciano trovare. E spesso non serve passare per primi accarezzati dall’ombra dello striscione del traguardo che percorre il corpo come una palpebra annoiata…no. QUando si mette sulla schiena il numero della partecipazione al confronto nella vita, la strada è la speranza e le delusioni sono in agguato dietro ogni curva … ma bisogna pedalare perchè il nostro esercizio serve ad altri è per altri: il nostro capitano, i nostri figli.

  3. bello scoprire quanto la mente ti sa spingere avanti quando tutti i sensori del tuo corpo ti gridano di fermarti… questo è il ciclismo uno sport, il calcio è solo un gioco

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