La divisa della squadra spagnola, gli occhi scuri e i lineamenti che ricordano un po’ Enrique Iglesias, figlio di quel Julio che, con le sue canzoni, ha fatto ballare e innamorare una generazione intera, potrebbero trarre in inganno. Ma Francesco Lasca è italianissimo, di Osimo, e iberico lo è solo d’adozione, grazie alla Caja Rural e ai due successi del 2012, il suo primo anno da professionista: una tappa del Circuit de Lorraine e una al Giro del Portogallo.

Francesco è schietto quando scrive e parla di sé: diventare ciclista professionista è sempre stato il suo sogno. “Avere la possibilità di trasformare la passione della bicicletta in un lavoro” dice “o meglio nella tua compagna di vita, è una fortuna che capita raramente. Quando è successo a me non mi sembrava vero”. Gli chiedo come e quando si sia accorto che la bicicletta avrebbe potuto diventare la sua “compagna di vita” ma, come spesso capita, è difficile dare un inizio preciso, dai contorni definiti, alle cose belle, importanti. Un bel ricordo, però, di questo rapporto con le due ruote, Francesco lo ripesca, nella sua memoria, dal periodo in cui era Dilettante: “Quando me ne andai lontano da casa, a correre per una squadra toscana mi divertivo a giocare, fingevo di essere già un professionista. Fantasticare non costava nulla e mi faceva bene. In realtà non avevo un sogno preciso ma sognavo di tutto”.

Sogni di ragazzo. Di ragazzo che ama la velocità perché il suo ruolo non va mai d’accordo con la solitudine aspra delle montagne o quella irrequieta dei circuiti ma si nutre dell’adrenalina della mischia, della tensione di acciuffare la posizione giusta, dei colpi di reni agli ultimi secondi. Mi incuriosiscono certi aspetti della vita da velocista e chiedo a Francesco se in quei momenti, a pochi secondi dal traguardo, serva più coraggio o lucidità. “Essere velocisti” dice “ non significa solo essere veloci. E’ anche il saper gestire le emozioni, calcolare il vento, la strada, le energie nelle gambe: tutto per tagliare per primo quella riga, dove un centimetro vale più di duecento chilometri. Il coraggio e la lucidità servono entrambi nella stessa misura ma se dovessi scegliere, credo che la lucidità debba avere la precedenza, soprattutto per capire che quello che si sta facendo ha un fattore di rischio abbastanza elevato. Bisogna starci con la testa.” Sì, bisogna starci con la testa. Soprattutto perché i compagni lavorano per te, spesso anche per tutta la corsa: è una responsabilità, un “portare a termine”. Francesco questo lo sa e, oltre che semplice e schietto è anche generoso. E’ il primo a dirmi che la parte che preferisce del suo ruolo è sentire i suoi compagni che lavorano per lui: “Vedere la mia squadra tirare per me davanti a tantissime persone, dare il massimo, credere nelle mie potenzialità mi fa venire la pelle d’oca. Questo è quello che mi da veramente tanta forza

Un rapporto speciale, quello con i colleghi della Caja Rural. Sono loro che gli sono stati vicini durante le prime esperienze da pro. Al Tour de San Luis dello scorso anno aveva cerchiato in rosso l’obiettivo della volata nella prima tappa.

Ma l’aver passato la soglia del traguardo dopo quattro minuti lo aveva deluso: “Sono stati i miei compagni, sempre comprensivi, a dirmi che era normale, che probabilmente si trattava solamente di una giornata storta. Infatti il giorno dopo arrivò il primo buon piazzamento.” E a Paco, come lo chiamano in gruppo, anche le sue vittorie, le sue emozioni dopo aver tagliato il traguardo piace dedicarle alla squadra, a chi ha fatto fatica perché lui arrivasse fino a lì. “Poter alzare le braccia per ringraziarli” dice “è il massimo”. Parole d’altri tempi, forse, che ricordano i campioni di stile e non solo di gambe. Che erano consapevoli che le vittorie avevano un sapore sempre collettivo, fatto di tante ruote, di tante teste e di tanta fatica. Ben lontano dai tanti Wiggins che si aggrappano alla corda e, a volte, non riconoscono che a tirarla non sono loro.

Mi chiedo quale sarà mai la gara del cuore di questo ragazzo che, un passo alla volta, sta raggiungendo i suoi sogni, con l’umiltà che la gente amava nei grandi campioni che vedeva passare sulle strade, davanti alle cascine, tempio della loro quotidianità. “La Sanremo” risponde semplicemente Francesco. “E’ la migliore. E credo che si adatti anche alle mie caratteristiche

Penso alla Sanremo: una delle classiche più belle, che termina tra il luccichii del mare. A me piace per questo, per quel profumo di mare che accoglie i corridori dopo chilometri e chilometri attraverso le campagne piatte e il Turchino insidioso. Penso che i tifosi applaudirebbero volentieri Francesco sulle strade liguri che portano al traguardo: il ciclismo ha bisogno di anime forti e umili perché sono quelle che entrano nei cuori. E il ciclismo, si sa, è un fatto solo di cuore.

Grazie a Francesco Lasca per la disponibilità.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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