Ci sono strade che sono come vie luminose verso la vittoria. Ci sono strade che, nella vita, sembrano fatte proprio per noi, per ritornare a galla, dopo aver rischiato di annegare. Strade come quella di oggi che portava a Fuente Dè, che, probabilmente, sarebbe stata l’ennesima conferma di un Joaquim Rodriguez più forte di tutti. Invece quella strada lì ha chiamato Alberto Contador, l’ha chiamato a cinquanta chilometri dal traguardo, quando, forse, nessun altro corridore avrebbe risposto. Ma Alberto ha testa e cuore di campione: sa che, nel ciclismo, bisogna avere coraggio, bisogna essere un poco matti e che, se la strada chiama, si deve dire: “Sì, sono qui”.

Se ne è andato, Alberto Contador, chiamato da qualcosa che è riscatto, desiderio di trionfo, di dire che le vittorie se le era prese sempre con le sue gambe. E’ uscito dal gruppo come uno qualsiasi, assieme ad altri corridori, sotto gli occhi sorpresi di Joaquim Rodriguez che non gli aveva dato tregua i giorni precedenti. Si è allontanato dai suoi avversari, forse, facendo dire a chi lo guardava: “Ma cosa fa?”. Alberto sa cosa fare: le beffe di Valverde, gli inseguimenti di Purito gli hanno solo fatto stringere i denti, gli hanno messo nel sangue il desiderio di far vedere a tutti che il Pistolero, con uno sparo, può ribaltare le classifiche. Con lui c’è anche Paolo Tiralongo: veste un’altra maglia, il siciliano, ma, chissà perché, nel ciclismo, esistono situazioni in cui questo non conta. Sono amici da tempo, il campione e il gregario, e si allontanano assieme dal gruppo di fuggitivi, assieme accumulano un piccolo tesoro in secondi di vantaggio. Salgono assieme come se indossassero la stessa maglia, mentre dietro si fanno vacui piani su come andare a riprendere lo spagnolo, mentre si cerca, in tutti i modi, qualcuno che faccia il lavoro sporco, che tiri per ricucire i metri e metri di asfalto in salita. Ma, quella strada, quell’asfalto, oggi sono di Contador e, quando Tiralongo si stacca, il Pistolero continua la sua impresa da solo. Solo, con la consapevolezza che, se la sua ruota sarebbe passata per prima sulla linea del traguardo, si sarebbe raccontato in eterno di quel ragazzo di Pinto che, dopo essere tornato alle corse vuoto di tutto, dei suoi sorrisi, delle sue vittorie, dei suoi trofei, era scattato a cinquanta chilometri dall’arrivo per riprendersi, assieme ai ventotto secondi che lo staccavano dalla maglia, anche le urla di vittoria che aveva dovuto restituire pochi mesi prima. Non si è arreso nemmeno per un istante. Neanche quando, ai meno cinque, le gambe dicevano che no, non si può forzare in quel modo su una salita, dopo essere stato in fuga così tanto tempo. Neanche quando Valverde recuperava terreno. No. Non si è sbagliato Alberto Contador: la strada ha chiamato proprio lui. E il suo grido di gioia, all’arrivo, non assomiglia a nessuno di quelli passati. E’ nuovo, è libero: esulta con le braccia al cielo, una, due, tre volte. Non ho mai visto un grido così: anche dalle foto sembra che quell’esultanza sfondi l’obiettivo, ti entri dentro. Dentro. Me lo porterò sempre, insieme alle tante polaroid di ricordi che si accumulano nei cassetti e, forse, la tirerò fuori spesso per dirmi che, quando una strada chiama, la si deve seguire. Non importa se, al traguardo, mancano cinquanta chilometri. Non importa se ti chiameranno pazzo. La si deve seguire.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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