Thomas De Gendt, soldatino prezioso della Vancansoleil che, pochi mesi fa, si è arrampicato, da solo, su per lo Stelvio e lo ha domato e Dario Cataldo fresco campione tricolore della sfida con il cronometro. Niente in comune, a parte l’abitudine a stare ore e ore sulla sella, con la pioggia, con il sole, con il vento. Niente in comune a parte il fatto di essere andati in fuga assieme. Ma, per quello, non serve avere gli stessi gusti o parlare la stessa lingua: si pensa di uscire dal gruppo, forse si è già studiata una tattica o forse sono solo le gambe che scalpitano, si trova qualcuno e si dice: “Vieni con me? Dove? Forse al traguardo o forse no. Allora andiamo

E’ successo così a Thomas e a Dario e se ne sono andati, quando di chilometri ne mancavano tanti, quando la salita terribile che precedeva l’arrivo era ancora lontana. Pazzi, temerari, sognatori, li chiamano questi omini che prendono la strada di petto e si dicono che sì, ce la possono fare a mangiarsela tutta d’un fiato. Sognatori sui pedali, in un mondo dove il prezzo della benzina sale ogni giorno e non si può fermare perché delle automobili non se ne può fare a meno. Sognatori che non conoscono altro motore che quello delle loro gambe. Sognatori che, con una fuga che ricorda un poco quelle degli anni d’oro, decidono di andare alla conquista di un traguardo impervio, su una salita dove le pendenze arrivano al ventitré per cento. Così Thomas, il belga, e Dario, l’italiano, arrivano ai piedi del Cuitu Negru con sette minuti di vantaggio sul gruppo e, forse, ai due, la montagna che ha anche un nome duro, difficile da dire, deve sembrare davvero come un grande gigante ostile che, tra i suoi alti pini, i dislivelli erbosi, dice: “Su, non ci arrivate”.

Ma, ai due che iniziano ad arrampicarsi per la strada asfaltata non giungono quelle parole perché, oggi, la montagna non è deserta. Quassù, tra le pendenze impossibili, il silenzio è rotto dalle grida dei tifosi. I tifosi del ciclismo. Quelli a cui piace stare al bordo della strada e vedere, tra il calore che sale dall’asfalto, una bicicletta che si avvicina. Quelli che sanno che l’anima di questo sport si può trovare veramente solo lì, tra l’erba, l’asfalto e, forse, un guard rail che li separa. E Thomas e Dario sono così vicini a quei tifosi che ne sentono il calore dei corpi. Tutti lì, a dire: “Questo Cuitu Negru è più complicato da pronunciare che da scalare!” E, forse, è da quella forza, da quella convinzione che è fatta di tante grida che Dario Cataldo decide di lasciarsi il compagno di fuga alle spalle. Crede in quei minuti che ha guadagnato con le sue gambe e crede in sé stesso, anche se, dietro di lui, ci sono Rodriguez, Contador, Valverde che, con le salite, non scherzano. Crede in lui anche se, forse, le strade, le preferisce diritte e le sfide, più che con le montagne, ama farle con il tempo. E porta la sua bicicletta su, metro per metro, e forse guarda la linea bianca a lato dell’asfalto scuro, la vede scivolare via lentamente e si dice: “Adesso è finita”. Invece non finisce più la lunga conquista del Cuitu Negru, sembra che qualcuno, per dispetto, si diverta a spostare sempre più in là il traguardo per vedere ancora la smorfia di fatica e i denti stretti del giovane abruzzese. Poi, finalmente, come un miraggio, appare la linea dell’arrivo. Una pedalata e poi più nulla: la stanchezza si prende tutto, anche gli applausi, le pacche affettuose sulla schiena, le premure. E’ così la vittoria di chi va sulle due ruote: senza fiato, con il cuore a mille, le gambe rotte, il fondoschiena a pezzi. E’ così che vincono i sognatori, quelli che non hanno paura anche quando la strada sale. Che stringono i denti, anche quando il cammino sembra interminabile.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

2 replies on “L’italiano, il belga e l’eterna fuga per la conquista di Cuitu Negru

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