Ci sono gli Osanna e ci sono le Condanne. Ci sono i Mark Cavendish, scintillanti paladini destinati a firmare con l’oro tutti i pronostici e ci sono gli Alexandre Vinokourov, corridori di razza che, per i più, sono destinati ad un lento tramonto.

Di Vinokourov mi ha sempre colpito il fatto che, vestito da ciclista, con la divisa azzurra della sua Astana, il casco, gli occhiali, sembrasse sempre un ragazzo. E un ragazzo, Vino, lo è davvero perché a trentanove anni il suo cuore gira ancora come le ruote della sua bicicletta. Ha, dentro di sé, la saggezza del campione e la follia del giovane fuoriclasse. E l’anno scorso al Tour, che doveva essere l’ultimo, prima del suo addio alle corse, è scivolato in un burrone, rompendosi il femore. Qui i romanzi non esistono. Per la maggior parte della gente che lo ha visto riemergere dalle sterpaglie francesi, sostenuto dai compagni, Vino era “finito”. Nel ciclismo si invecchia presto e, a quell’età, per essere di nuovo brillanti alle corse, dove ci si trova con la ruota a pochi millimetri da uno più giovane di vent’anni, ci vuole tempo. Ci vuole costanza. E ci vuole fiducia. Fiducia nel desiderio sempre uguale di vincere, di scattare, di andare, di uscire dal gruppo. Di essere lì davanti, di dire: “Ci ho provato”. Ha avuto fiducia e pure costanza, Vino, e il tempo è stato clemente con lui.

Ieri, in una Londra scalpitante nel trionfo dei suoi Giochi Olimpici, il ragazzo kazako ha avuto la sua seconda possibilità. Una possibilità, è il caso di dirlo, tutta d’oro ma anche un po’ intangibile, come certi sogni che sentiamo nostri e il mondo vorrebbe destinare ad altri. Non ha sbagliato, questa volta, la sfortuna non l’ha trovato perché, assieme a Rigoberto Uran, Vinokourov era già scattato verso il traguardo. Un traguardo inaspettato, fuori dai pronostici, forse anche per lui che, dopo aver superato la linea bianca si è messo le mani alla testa, felice, quasi a dire: “Cosa ho fatto!

E ora sì, qualcuno dirà che ci aveva creduto, che lo sapeva, che il vecchio Vino avrebbe dato, prima o poi, la sua ultima grande “zampata”. E’ facile crederci quando si risorge in grande stile, è facile dire che sì, il corridore non perde la sua classe, quando si vede in televisione con una medaglia d’oro tra i denti. E’ facile quando il tramonto ha i colori della vittoria e non quelli malinconici delle ultime pedalate. E facile fare critiche perché, in certe situazioni, ci ricordiamo del nostro patriottismo seppellito e vorremmo che il medagliere tricolore possa essere pieno, sempre più di altri. Io oggi penso a Vino, rivedo il suo volto sempre uguale sotto al casco e agli occhialini. Sempre ragazzo sulle due ruote della sua passione. E’ così che si vive quando si sogna, quando si spera. E’ così che si arriva a quella “Luna” che tutti vorremmo.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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