Doping. Come è successo? Non si sa. Sta di fatto che, nonostante sia un problema di tutti gli sport, il ciclismo e il doping, nella mentalità comune, sono diventati un binomio che assomiglia a quello Sicilia – Mafia. Binomi che nascono da chi, dei giornali, legge solo i titoli e la televisione l’accende soltanto per sapere se hanno ritrovato la campanella perduta della Concordia naufragata.

E così, il ciclismo è diventato una massa di cattivi che, per andare più forte e per mantenere la propria competitività, decide di aiutarsi con sostanze dopanti. Cattivi da non imitare, da non seguire più.

Chi è vicino al ciclismo con il cuore sa che, come nel mondo, anche lì c’è l’onesto e l’imbroglione. Chi paga e chi riesce a farla franca. Chi è punito per colpe non sue. E chi, dopo aver sbagliato, chiede scusa, e torna a pedalare, a faticare, a vincere, in modo pulito. David Millar è uno di questi.

Dopo essere stato squalificato nel 2004, ieri, al Tour, è tornato a vincere e la prima cosa che ha detto è stata: “Sono un ex dopato”. Mi ha colpito tutto questo, mi ha colpito davvero perché tutti, anche noi, nel nostro piccolo, tentiamo sempre di nascondere i lati bui di scelte sbagliate, quasi che, nei momenti di luce, quelle zone d’ombra possano avere il potere di guastare le cose belle. Invece David non ha avuto paura di ricordare a tutti che sì, aveva commesso un errore, ma aveva pagato ed era tornato in sella, candido, aspettando il riscatto. Un riscatto meraviglioso, nel giorno dell’anniversario della morte di Tom Simpson, per lanciare il messaggio che il doping esiste ma che si può sconfiggere, si può combattere quel tarlo dell’ambizione nera, morbosa, del desiderio di vittoria a costi illegali.

Il ciclismo sta cambiando” ha detto Millar. “Si può vincere senza doparsi”.

E allora basta con il dire: “Ci vogliono dei buoni esempi per i ragazzi”. Ci sono, i buoni esempi, manca la capacità di vederli, il coraggio di metterli in prima pagina, al posto degli scandali che fanno vendere, che appagano la sete di pettegolezzo. I buoni esempi ci sono e non per forza si trovano nella perfezione, in chi non ha mai sbagliato, in chi non ha mai infranto le regole. E’ questo che serve. Perché ai giovani piace uscire dal seminato e non ascolteranno i consigli di chi non ha mai fatto un passo fuori dal proprio orticello, giudicando però quelli degli altri. E’ di tanti Millar che abbiamo bisogno: di chi è entrato nel fango e, uscendo, ha detto: “No, lì dentro non è una bella vita”, ha chiesto scusa, si è ripulito, ha ritrovato la sua bicicletta e ha vinto.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

One thought on “Millar, il doping e i buoni esempi.

  1. E’ stato proprio il mio pensiero…finalmente uno che ammette le sue colpe, che non nasconde il passato, dicendolo chiaramente e facendo proprio diventare questa cosa la migliore testimonianza di un NUOVO CICLISMO, un CICLISMO PULITO dicendo che adesso farebbe correre in bicicletta anche suo figlio….BRAVO..

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