Tre è il numero perfetto, si dice. Ieri, sotto una pioggia torrenziale, Thomas Voeckler è stato il terzo francese a far sua la Freccia del Brabante, dopo Chavanel e Geslin.

L’azione che si rivela vincente parte quando mancano circa trenta chilometri al traguardo. Voeckler tenta un allungo ma, dopo qualche metro, scuote la testa: c’è un bel gruppetto, dietro di lui, probabilmente lo riprenderanno subito. Invece nessuno va a ricucire il breve gap del francese; un po’ per pigrizia, un po’ perché c’è Oscar Freire, con loro, uno che puo’ fare la differenza, e nessuno vuole fare il lavoro per lui. E, quando Voeckler se ne accorge, si scatena. Si dimena sulla bicicletta, spinge si pedali, e la sua grinta lo porta ad accumulare secondi e secondi di vantaggio. Thomas insegue caparbio una vittoria delle sue, aggredisce la strada, si mangia letteralmente i tratti in pavè. A un minuto di vantaggio è ancora fresco. Nonostante le smorfie di fatica che conosciamo bene, la sua pedalata non cambia, non si indurisce. E, quando la primavera belga regala un acquazzone finale, Voeckler si scuote l’acqua di dosso, si passa una mano sugli occhi, frena prima delle curve, ma torna a “menare” sugli ultimi strappi, prima dell’arrivo. E’ fatta. Il francese ha vinto, oramai, ci vorrebbe un miracolo per riprenderlo. Tra la pioggia che cade fitta, la maglietta fradicia, l’acqua che rende le ruote della bicicletta lisce, lucide, Thomas arriva al traguardo. Solo, dopo una fuga cominciata quasi per scherzo.

Credo che un corridore capace di azioni come queste avrebbe bisogno di meno critiche e più applausi. Non si può certo paragonare la Freccia del Brabante alla Parigi – Roubaix ma il modo di andarsene dal gruppo, di resistere, di dare l’anima per arrivare da solo al traguardo è stato lo stesso sia per Voeckler che per Boonen: il coraggio ha tante facce ma è fatto della stessa sostanza. Per il belga, quelli che lo separavano dal traguardo sono stati chilometri di puri elogi; per il francese, i commentatori hanno preferito passare il tempo a parlare ironicamente e dettagliatamente delle sue smorfie e i suoi sbuffi. Certo, un Voeckler non è un Boonen, un Cancellara: non vola sul pavè, in bicicletta non assomiglia a una scultura vivente. Ma, proprio perché non vola, si è inventato uno stile tutto suo che, tutto sommato, affascina. Si è costruito le sue ali e ha imparato a masticare la strada, a menare con le gambe e non solo, ad aggrapparsi con le ruote al pavè. E non importa se Thomas Voeckler è diventato un po’ una macchietta, se in corsa interessano più le sue linguacce che le sue gambe. Non importa se non ha le ali, se viene dalla terra, un po’ come tutti noi. Quello che conta, nel ciclismo e nella vita, è la sostanza: il cuore, il coraggio, l’emozione. E lui, in corsa, ce ne mette sempre tanta.

 

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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