Milano – Sanremo: il giorno dopo, l’atmosfera che si respira  sembra quella della mattina dopo il Carnevale. I pronostici sono stati sfatati da un australiano della Green – Edge che si è attaccato alla ruota di un Cancellara a tutta, beffandolo sulla linea bianca. I rumori, la gente, la confusione sono lontani. E a quelli che hanno gioito, si sono arrabbiati, hanno pianto, di commozione o di rabbia, non resta che centellinare i coriandoli che sono rimasti di questa festa.

Ieri, in Piazza Castello, a Milano, erano veramente in tanti. Come i pretendenti alla vittoria: i superfavoriti Mark Cavendish, Tom Boonen e Fabian Cancellara e poi Philippe Gilbert, Oscar Freire, Peter Sagan. Tutti tesi e concentrati perché, in quei chilometri che portano dalla nebbia di Milano al sole di Sanremo, può veramente succedere di tutto.

La mattina, nella  città meneghina, c’è il sole che illumina il romantico sfondo del Castello Sforzesco, gli sfavillanti luccichii della fontana sulla piazza e il pubblico è attaccato alle transenne per poter vedere i propri beniamini. Ma il tempo cambia, verso Sanremo. C’è tanto vento, qualche goccia di pioggia, in autostrada, e lo stesso vento pettina la Riviera delle Palme che, però, è nel sole. Porta profumo di mare. L’ultimo chilometro prima dell’arrivo è deserto ma la gente è incollata ai maxischermi. E c’è sorpresa quando l’elicottero riprende un Cavendish a corto di benzina. Il campione del mondo perde terreno ancora prima della Cipressa e del Poggio, i suoi uomini tentano tutto per sostenerlo ma le pagine e pagine di preannunci di una sua vittoria si bruciano lì, sulla salita delle Manie a circa novanta chilometri da Sanremo.

Il ciclismo è più intimo, quando lo si vive insieme. E’ per questo che, quando si vedono le immagini della caduta di Carlos Quintero cala un silenzio generale: il corridore della Colombia Coldeportes ha sbattuto la testa e ha perso conoscenza. Due ambulanze si fermano accanto al giovane a terra e il silenzio lascia spazio ad un sospiro di sollievo quando Andrea De Luca dice ai microfoni rai che Carlos muove le gambe e ha riconosciuto il suo DS.

La corsa continua e, per la città della Riviera, si sente la telecronaca in ogni angolo. Nei bar e fuori, le voci che commentano la Classicissima sono ovunque. Si respira il grande ciclismo dappertutto. Poi la concitazione dell’arrivo, la confusione e il nome di Nibali, di Cancellara. E Gerrans su tutti, davanti a tutti.

Di nuovo la Milano – Sanremo parla un’altra lingua e forse c’è un po’ di amarezza tutta italiana tra il pubblico che affolla tutto il lungomare Italo Calvino. Ma una delle immagini che mi porterò dietro per un bel po’ è quella del volto di Valerio Agnoli (Liquigas – Cannondale) , dopo l’arrivo, sotto la luce dorata e il vento impietoso del tardo pomeriggio. La faccia di chi ha dato l’anima.

L’ho osservato durante la corsa, l’ho visto tirare, all’imbocco delle Maine, con Daniel Oss e Vincenzo Nibali, sulla Cipressa e poi l’azione del finale, per preparare l’attacco del suo compagno siciliano. Sempre lui, lì, davanti, a fare il “lavoro sporco”. Certo, si può dire: “Ha lavorato per la squadra, erano gli ordini”. Ma ci vuole spirito di sacrificio, tanta generosità e umiltà per eseguire gli ordini. Perché, sulla bicicletta, non ci sono solo dei corridori ma anche degli uomini. E l’umanità ha sempre desiderio di vittoria.

Perciò raccogliendo i miei coriandoli di questa Sanremo, ripensando a tutto quello che ho vissuto, ai sorrisi e alle delusioni che ho visto sui volti dei corridori, mi dico che Valerio Agnoli, per me, è stato uno dei protagonisti. Quelli veri, che sanno cosa vuol dire “rendere la corsa dura”, che hanno, nella loro smorfia di fatica, qualcosa di bello, di alto, di puro che, senza esagerare, assomiglia alla fedeltà. Quelli che, dietro le quinte, gettano le fondamenta per la vittoria. E non importa se Vincenzo Nibali è arrivato terzo, se le fondamenta ci sono e sono solide, sopra ci si può costruire qualsiasi cosa.

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Posted by:Miriam

Nata in Brianza, una calda notte di luglio del 1991. Scrivo da quando avevo quattordici anni e nel 2012 ho cominciato questo viaggio che si chiama "E mi alzo sui pedali". Ho pubblicato "Voci di Cicala" nel 2013 e "La menta e il fiume" nel 2015. Mi piace l'estate, i papaveri, il profumo delle foglie di menta e la ninnananna della risacca del lago. A volte scrivo con gli occhi chiusi.

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